
racconto inedito di Maurizio Braucci
Così, quando udimmo dalla casa in fiamme un canto melodioso, noi due, sotto il cielo stellato della notte, ci ridestammo dall’ammirare la rovina della periferia a nord della città. Era stato il mio compagno a condurmi laggiù, lo scrittore ubriaco di santità che in quei luoghi cercava, a suo dire, l’umano che perde l’anima mentre prega e bestemmia. Sei ore prima l’avevo incontrato nelle corti del palazzo Amendola, era sulle tracce di un antropologo americano che lì, tra i diseredati, aveva vissuto per tre anni.
Lo vidi che girava con il libro di quello infilato nella tasca del cappotto, le pagine zeppe di annotazioni a matita, una guida che egli consultava avidamente alla ricerca di una fontana rotta che risultò poi inesistente. “Se non conosci Thomas Belmonte” prese a spiegarmi nel suo meticoloso italiano “Non capirai mai perché New York si trova sul medesimo parallelo della tua città”. Ero stato attratto dal suo modo di pronunciare la parola “anima”, una sensualità innocente veniva fuori dalla lentezza con cui ne scandiva le sillabe, come se non fosse un suono ma un rimpianto. Il più della nostra conversazione era stato all’insegna della cordiale esultanza con cui siamo soliti intrattenere gli stranieri, la recita partenopea, il fingere che è dolore il dolore che davvero sentiamo, mi aveva posseduto di fronte al mio interlocutore. Egli ritenne di trovarsi con uno abbastanza stupido da ripetergli a memoria, senza invenzioni, il messaggio veritiero della comunità di cui faceva parte, forse per questo si intrattenne con me fino al calare della notte.
(continua…)
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