di Massimo Aprile
“Tu puoi lasciare il sacchetto della spazzatura ovunque ti pare, ma il sacchetto della spazzatura non lascia te”. E’ una massima ambientalista, tristemente verificata nella esperienza di questi giorni per milioni di campani. Abbiamo letto cronache d’una attualità allucinante. Una mia parente mi ha raccontato in un lungo e desolato resoconto, delle peripezie per rientrare a casa, dovendo superare mille posti di blocco, mille cassonetti incendiati e la monnezza “spalmata sulla strada come fosse nutella”. Ai napoletani che, come hanno potuto, hanno cercato di vivere con senso civico la loro cittadinanza in questi anni, assale un senso di vergogna e di scoramento.
Il tentativo di riflettere e ragionare credo che sia l’unica via d’uscita al qualunquismo o alla nostalgia di fascismo che cresce in maniera inquietante. Un sacchetto della spazzatura, maleodorante, lacerato, che lascia vedere tutto il suo contenuto, ha un indubbio carattere narrativo, oltre che olfattivo. Dal “sacchetto” così impudicamente esposto si possono leggere molte cose della vita della persona, della famiglia e della società che l’ha prodotto.
Mi limito ad elencarne tre.
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La prima è l’opulenza.
Tanta spazzatura significa tanta ricchezza. La spazzatura riflette l’altra faccia della medaglia della nostra sovrabbondanza che è fatta di spreco. Molte cose sono prodotte per essere buttate via, talvolta senza neppure essere consumate. Io, ad esempio getto via grandi quantità di giornali dei quali avrò letto una percentuale di pagine del tutto irrisoria. Dopo che hai letto uno o due articoli meritevoli, il resto è già “spazzatura”. Ma gli esempi potrebbero essere tanti. L’”usa e getta” è la regola del nostro modo di produrre e di consumare. In questo senso, non dimentichiamolo, il problema della spazzatura di Napoli non ha nulla a che vedere con le discariche della povertà di città come Mogadiscio, Nairobi, Addis Abeba. Il nostro sacchetto racconta la storia di una ricchezza distorta, fondata sulla convinzione che ci sia sempre un “buco” disponibile dove occultare lo spreco, lo scarto.
La seconda parola è strafottenza.
Anche se un po’ volgare, il termine rende bene. La strafottenza nel sacchetto è raccontata dalla incuria con la quale nell’”umido” viene smaltita anche la cartuccia della stampante o un altro rifiuto tossico. Il fatto è che quando lascio il sacchetto, la cosa non mi riguarda più. E va notato il forte contrasto pulito/sporco che esiste tra le abitazioni private, dove il pulito è talvolta maniacale, e la sporcizia endemica del pubblico, che non riguarda solo situazioni di emergenza come quella che stiamo vivendo. La strafottenza è un carattere culturale diffuso. E’ di destra e di sinistra, è bianca e nera, è islamica e cristiana. La strafottenza a Napoli è ecumenica! E’ un tratto prevalentemente rimarcato della vita pubblica, ma si insinua ormai anche nelle relazioni personali. E’ l’individualismo all’ennesima potenza. La strafottenza quando si somma con l’opulenza diventa una piaga e la visibilità del sacchetto sventrato ci restituisce l’immagine del suo carattere devastante per l’ecosistema.
La terza parola è incompetenza.
Se è vero che siamo il paese dei raccomandati, è vero che siamo spesso anche il paese degli incompetenti. Quando hai un problema, da noi, la prima cosa a cui pensi è “chi conosco? chi mi può aiutare?”. L’incompetenza è l’altra faccia del clientelismo, delle raccomandazioni, del voto di scambio, della corruzione. Ma anche qui c’è di più che un vizio morale, c’è un problema culturale profondo. Oggi chi è competente? Certo nessuno può essere competente su tutto. Per questo è essenziale mettere insieme i saperi, articolarli in possibili discorsi complessivi, capire fino in fondo le conseguenze delle scelte che si fanno. Senza questo la politica è miope amministrazione, la religione tecnica di rilassamento, e tutto occasione di business. Mi spiego meglio. Se sono un amministratore e l’unica cosa di cui mi occupo è risolvere il problema della mia comunità, (è questo già è una rarità), se sento come mio “compito” solo il mio particolare, potrei diventare complice di problemi che investiranno altre comunità. Ed è quello che è avvenuto in questo caso, se è vero che molta della spazzatura che si trova oggi nei buchi del casertano viene anche dal nord dove ci sono attenti amministratori locali! Opulenza, strafottenza e incompetenza, così drammaticamente raccontate dal sacchetto sventrato, non sono il tratto solo di questa città, ma di tutto il paese. Segui le tracce del sacchetto e vedrai dove ti porta! Roberto Saviano ha espresso questi concetti con molta chiarezza e in maniera documentata, quindi rimando a lui. Il sacchetto a ben vedere racconta un modello di sviluppo, dice di una “civiltà” distorta e malata.
Infine, per me che sono un credente si impone una ulteriore conclusione.
Se Dio fosse rimasto nella sua opulenza e indifferenza, se Dio avesse rivendicato la sua “incompetenza” in ciò che è umano e caduco, non ci sarebbe stato nessun Natale e nessun Cristo da celebrare. Il sacchetto quindi è anche un atto di accusa alla nostra fede. Anche noi siamo smarriti nella nostra opulenza. Un certo spiritualismo che rasenta il superstizioso, si traduce in incuria per quelli che non sono della propria parrocchia e in assoluta pigrizia ad entrare in dialogo con gli altri mondi culturali e religiosi. Insomma il sacchetto più che una piaga biblica potrebbe anche essere una opportunità per una metànoia, un ravvedimento, che riguarda tutti e ciascuno.
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Sono giorni in cui a Casoria…soprattutto siamo assediati dall’immondizia…io a Via panarea ne sono circondato letteralmente…e appena stamattina andando a fare la spesa abbiamo visto cumuli di “munnezza in fiamme” con rilasci di diossina veramente fantastici.
Dall’altro lato della strada cumuli ancora intatti che aspettano il piromane-esorcizzatore del momento…o della zona…
…che bella antropologia…
Tanto per gradire…Massimo