Note sul tema: “shelter per Napoli est” \ Notes on the theme: “shelter for Napoli est”

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di Fabrizio Tramontano 
Questo testo è la versione integrale in italiano di un contributo sul tema: “shelter per Napoli est” proposto dalla redazione della rivista internazionale d’architettura “Volume” per la produzione a Napoli di un tabloid - “RSVP” - che verrà allegato al numero di aprile del bimestrale promosso dalla “Archis Foundation” di Amsterdam e dal “Laboratory for Architectural Broadcasting” della “Columbia University” di New York, sponsor l’Ambasciata dei Paesi Bassi, la “Fondazione Banco di Napoli”, ed un anonimo donatore privato.
Il progetto di collaborazione con la rivista olandese ha avuto luogo nel contesto della mostra: “N.EST 2.0, The making of the city/disegna la tua città” (progetto del gruppo N.est, sezioni “Talks & Walks” a cura di Diana Marrone\Undercover), che si è tenuta dal 13 gennaio al 25 febbraio 2008 nella project room del MADRE di Napoli, a cura di Gigiotto del Vecchio e Stefania Palumbo. “Shelter”  - che è anche il titolo di una rivista americana d’architettura degli anni ’40 - può essere tradotto in italiano con: “riparo”, e nel caso specifico, come: “struttura abitativa tipo” o “alloggio base”. “Quali sono i bisogni urgenti, le necessità pressanti e le opportunità offerte dagli spazi in termini di progetto, di sicurezza sociale e di sostenibilità culturale, ma anche dell’abitare e del lavorare?” E’ questa la domanda rivolta, a precisazione del tema proposto, da Lilet Breddels, Arjen Oosterman e Christian Ernsten – rispettivamente: direttore, editore e redattore\ricercatore di “Volume” - ai contributors per le varie discipline che si misurano con lo spazio urbano, invitati dal gruppo “N.est” e da Diana Marrone a diventare redattori dell’inserto di 12 pagine. In un lungo e freddissimo week-end di febbraio, che ha avuto inizio venerdi 15 con un incontro\intervista con il coordinatore del Dipartimento Pianificazione Urbanistica del Comune di Napoli Roberto Giannì; è proseguito il giorno successivo, con una visita in bus “CitySightSeeing” ai luoghi oggetto della mostra ed è culminato, infine, il 17 febbraio in un incontro pubblico  nel quale sono stati presentati e discussi alcuni dei contributi “locali” al magazine - presente anche la redazione della rivista “Domus” in vista di un prossimo “Intersection” su Napoli -, ha progressivamente preso forma la griglia dell’inserto che sarà dedicato alla formulazione di proposte per i possibili contenuti del “programma spaziale e sociale” che potrebbe\dovrebbe investire la fringe postindustriale a oriente di Napoli. I contributi selezionati a conclusione dell’interessante processo, dallo svolgimento naturalmente caotico e non privo di alcuni interventi dal carattere provocatorio ed esclusivamente opportunistico, come spesso inevitabilmente accade, sono stati successivamente sottoposti a più o meno legittime “rielaborazioni redazionali”, che hanno comportato dei tagli e perfino delle parziali riscritture dei testi. E’ il destino toccato appunto alle “note” che si ripropongono qui di seguito, un estratto delle quali apparirà in inglese nel tabloid “prodotto a Napoli” per Volume. Il testo viene qui proposto in versione integrale, e nella struttura originaria in 4 paragrafi, oltre che per essere reso pubblico anche in italiano, soprattutto perchè nella rivista apparirà privo del riferimento fondamentale al ruolo di “social healing” che solo una risemantizzazione dello spazio urbano - unita ad un concreto rilancio dell’economia dell’area - è in grado di svolgere attraverso l’integrazione tra un’arte ed un’architettura di qualità, concepite entrambe “nell’interesse pubblico”.

Sheltering Sky
Una famosa incisione del 1648:  “La città di Napoli” di Pietro Miotte, ritrae la città durante la rivolta di Masaniello. Una processione di santi inginocchiati sulle nuvole ai lati della Vergine protegge (”is sheltering”) la città, o meglio i suoi occupanti spagnoli, dall’empietà dei ribelli. Nella didascalia in basso sono minuziosamente annotati gli edifici strategici ancora in mano ai rivoltosi –il castello del Carmine, per esempio, che svuota completamente il porto delle navi spagnole - e quelli, invece, come il castel dell’Ovo, tornati nuovamente in possesso dell’esercito occupante, e a ridosso del quale le navi vanno appunto ad ancorarsi.Una sterminata letteratura specializzata c’informa - purtroppo - che le attività pianificatrici dell’assetto del territorio a Napoli, quando sono state portate a compimento, hanno sempre rivestito un carattere d’emergenza, o corrisposto ad un disegno calato “ex machina” dall’alto. Oppure, come accade nel lungo periodo delle sopraelevazioni e delle espansioni abusive succedute all’unico ampliamento pianificato della città successivamente alla conquista spagnola (e documentato dalla celebre veduta del Lafréry del 1566), tali attività sono state boicottate a turno dall’interesse privato – per esempio quello degli ordini religiosi in epoca post-tridentina o dei “palazzinari” del dopoguerra – o dalla semplice inadeguatezza, irresponsabilità e corruzione di governi locali e nazionali, che hanno reso inefficaci e non operativi i piani urbanistici recenti. Il caos che ne risulta – tutt’altro che “ordine sublime” – l’impossibilità di uno sviluppo ordinato e di un controllo delle attività economiche ha quindi radici lontane, che non risalgono indietro, però, fino alla fondazione greca della città ed alla successiva “centuriazione” romana del suo territorio – atti questi di “ordinaria razionalità”, per quanto “forma” di una egemonia militare o della conquista - ma è un fenomeno in gran parte interno alla modernità.In aggiunta a questi caratteri storici e di cronaca, spesso però comuni a tutta l’Italia, e ad una particolare volubilità ed emotività in misura maggiore propria, invece, della sua popolazione, la baia di Napoli offre ai suoi abitanti in uno straordinario ambiente fisico, un altissimo livello percentuale di rischio che si producano eventi catastrofici naturali e prodotti dall’uomo. Ad un territorio altamente sismico, esposto anche ai fenomeni dei due sistemi vulcanici del Somma-Vesuvio e dei Campi Flegrei che assediano la città da est e da ovest – proprio come le due aree industriali ormai in larga parte dismesse – è associata, infatti, nell’area orientale l’ invadente presenza dell’industria petrolifera (90 ha=900.000 mq), e di quella legata alla produzione di energia (8 ha=80.000 mq). In mano ad una compagnia straniera, che ha visto recentemente rinnovarsi il diritto all’uso dell’area dei depositi di carburante (50 ettari) ancora per vent’anni in cambio della bonifica dei suoli di sua proprietà afferenti alla ex-raffineria (37 ettari), il petrolchimico utilizza quindi attualmente il terminal portuale, decine di depositi di carburante considerati risorsa strategica - e pertanto sottratti al controllo locale - ed una rete di connessione tra i due poli del sistema che innerva e contamina il suolo a varie quote, e che ha già preso fuoco per un’intera settimana nel corso degli anni ’80. Immediatamente a ridosso del terminal-petroli, l’Enel sta invece convertendo una centrale elettrica che doveva essere dismessa, ad una nuova tecnologia produttiva, che inquina l’aria, oltre che il suolo e l’acqua del mare della spiaggia di Vigliena. E ciò per menzionare solo alcuni elementi – si spera solo i più eclatanti - di questa assurda miscela esplosiva, e cercando di rimuovere l’emergenza rifiuti che tutto il mondo sa perdurare ancora irrisolta da 14 anni, e tacendo inoltre, la pressoché totale assenza di controllo sociale da parte della popolazione che per parte sua continua, indifferente o partecipe, a contribuire in vario modo al degrado, magari semplicemente rassegnandosi a convivere con esso. A quale santo ci si potrà ormai votare per proteggere la città, oltre che dai fenomeni della natura, anche dalla sua vocazione autodistruttiva? Oltre questi impianti ed il fascio dei viadotti autostradali e delle linee ferroviarie, le prime infrastrutture di tal genere costruite in Italia rispettivamente all’inizio del XX° e del XIX° secolo, gli antichi insediamenti rurali –  “vici” in epoca romana, poi “casali”, ed ora semplicemente “quartieri” alla periferia di Napoli -  di Ponticelli e Barra sono localizzati alla base del cono del Vesuvio, in particolari incroci della maglia centuriale romana, mentre S. Giovanni  è posto parallelamente alla costa. Divenuti parte dell’area metropolitana della città negli anni ’20, questi ex villaggi rurali sono stati progressivamente trasformati in periferia urbana, con la conseguente importazione di tipi edilizi ad alta densità abitativa mutuati dalla metropoli. Nonostante  l’avvenuta subordinazione a territorio di consumo della città, la gente degli ex villaggi si ostina ancora, tuttavia, a celebrare la perduta identità rurale organizzando le magnifiche processioni del lunedi di Pasqua al Tempio\Santuario della Madonna dell’Arco, del “Carro” di Ponticelli per la “Madonna della Neve” il 5 agosto, ed in settembre per i “Gigli” di Barra. In tutte queste celebrazioni le canzoni e le danze popolari - le “tammorriate” ormai coltivate da pochi anziani contadini e dalle stesse 15 persone che si spostano di festa in festa - sono gioiosamente intrecciate con il rituale religioso. Dopo i più umani, sebbene chiusi in sé stessi, insediamenti dell’”Ina Casa”, costruiti con il contributo di noti architetti locali sul modello delle città-giardino da Adalberto Libera - oggetto oggi di trasformazioni arbitrarie e irrispettose dell’attenta progettazione a verde degli spazi comuni, quanto della salute e del bisogno di socializzazione dei vecchi e dei bambini che popolano il quartiere - gli anni ‘70 e la legge 167 impongono al paesaggio urbano blocchi edilizi totalmente fuori scala, e densità abitative pressoché  raddoppiate. Si tratta sia di case popolari che di cooperative private che fanno largo uso della prefabbricazione, e che sono state costruite qui come a “Napoli nord”, come altrove nel mondo - il “Maerkisches Viertel” a Berlino, “Thamesmead” a Londra, il “Gallaratese” a Milano, solo per citare alcuni celebri esempi -,  soffocando i villaggi preesistenti o circondando le ultime masserie, già private del loro fertile suolo vulcanico. Dopo il terremoto del 1980, il piano nazionale per l’edificazione di 20.000 alloggi “ex lege 219”, fondato in parte su un diverso orientamento dell’architettura e della cultura urbanistica tendenti all’analisi dell’esistente piuttosto che all’affermazione del gesto individuale, o di astratti modelli di città, come accadde per l’IBA a Berlino, ma naturalmente con urgenze di tipo differente, ha cercato di risanare e “completare” i vecchi insediamenti e ridurne la densità abitativa, di dotarli di servizi, di verde e di nuove infrastrutture, ma ha anche finito con l’occupare con nuove espansioni assurde o mal progettate le ultime aree libere intorno (o addirittura all’interno) dei centri storici di S. Giovanni, Barra e Ponticelli e agli insediamenti costruiti in precedenza. E ciò è accaduto nonostante il contributo di riflessione fornita “spontaneamente” ai progettisti – la maggior parte dei quali professori nell’Università di Napoli – e all’Ufficio Tecnico dallo studioso di “Analisi Urbana” dell’Università di Roma, progettista per suo conto di uno dei consorzi impegnati nella ricostruzione, Gianfranco Caniggia. Molti di questi nuovi edifici furono costruiti impiegando sistemi di prefabbricazione già obsoleti all’epoca, e la cui necessaria modularità non ha consentito nei centri storici il mantenimento della maglia fondiaria - con il tessuto viario il principale valore di un insediamento storico. Le alte densità, e l’utilizzo della prefabbricazione giustificata allora con l’emergenza “tempo”, ci ha restituito l’attuale problematica scena urbana e sociale. Mentre i 20.000 alloggi erano in costruzione, molta gente ha vissuto in “Città Container” -  all’epoca non ancora alla moda - e in “alloggi temporanei” spesso termoisolati all’ amianto. Mentre le “Città Container” sono pressoché scomparse, alcuni di questi alloggi temporanei, come i famosi “bipiani” di via Argine sono ancora in piedi ed attualmente occupati da immigrati clandestini. I successivi due condoni edilizi introdotti alla fine degli anni ’80 ed agli inizi dei ’90 dall’allora Primo Ministro B. Craxi, ed ancora in due riprese all’inizio del XXI° secolo dal governo del Primo Ministro S. Berlusconi, hanno promosso una nuova ondata di attività costruttiva lontana da ogni regola e da ogni documento urbanistico, ma resa “legale” da quei demagogici ed irresponsabili provvedimenti d’indulgenza. In una recente e, almeno nelle intenzioni, più civilmente normata epoca amministrativa, un nuovo piano regolatore approvato nel 2004 ha sostituito quello del 1970, in larga parte irrealizzabile ed irrealizzato. Il piano racchiude i villaggi in “aree di salvaguardia”, sembra incoraggiare nuove attività di riqualificazione per attrarre investimenti e sviluppare una nuova economia di sostituzione nei precedenti lotti industriali, così da indurre anche i petrolieri a trovare non più conveniente il perdurare del degrado dei suoli di loro proprietà. La sua attuazione sembra, però, irrimediabilmente compromessa dalla crisi di credibilità delle amministrazioni elette a suo tempo con il mandato di portare a termine un progetto di ristrutturazione generale della città, a partire dalla ricostruzione di una nuova etica pubblica, e coinvolte oggi, invece, nella responsabilità di una gestione inefficiente del ciclo industriale dei rifiuti, e di mancati controlli sul traffico criminale dei rifiuti tossici che avvelena  ogni oltre possibile immaginazione, e certamente non solo dagli ultimi 14 anni, l’ambiente di alcune aree della regione. La crisi e l’emergenza infinita naturalmente oscura anche quanto di buono in termini d’infrastrutture e servizi, ma anche, nello specifico, di sperimentazione dell’integrazione dell’arte nella vita quotidiana, si era riusciti a fare in questi anni, nonostante una realtà sociale ed economica così problematica (o forse solo grazie ai contributi offerti dalla Comunità Europea allo sviluppo delle aree in difficoltà).  Quello spirito aveva portato alla nascita di nuove istituzioni pubbliche e prodotto una sorta di competizione tra le varie istituzioni e poteri, che si è concretizzata talvolta positivamente, per esempio, proprio nella periferia est di Napoli, con la richiesta a Daniel Buren da parte della società dell’Acquedotto di Napoli (vedi foto in basso) di provare ad arricchire sia lo squallido edificio per uffici che aveva acquistato come suo quartier generale – in questo caso un’arte di qualità si sovrappone ad un’architettura “senza qualità” -, sia l’ambiente della rotatoria all’incrocio tra via Argine – com’è noto un’asse stradale ottenuto coprendo il canale che raccoglie le acque che scendono dal Vesuvio – e via Luigi Napolitano, mediante l’impiego degli stessi espedienti narrativi utilizzati in analoghi progetti d’arte nel “pubblico interesse” da Lothar Baumgarten, Ilya Kabakov, William Kentridge, Joseph Kosuth, Alfredo Jaar, Mario Merz, Martha Rosler, oppure dallo stesso designer olandese di tende e piccoli padiglioni Dre Wapenaar, della cui ricerca artistica si è parlato in Arte\Architettura\CittàContemporanea\10.

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Shelter Archetipi
Con la loro allusione sia agli archetipi della vita associata che della forma, le opere degli artisti menzionati presentano la loro ricerca e le loro idee sui modi con i quali gruppi di persone ed individui si relazionano tra loro e con lo spazio. In un ambiente artificiale come quello dei Paesi Bassi, così accuratamente pianificato e soggetto a manutenzione continua, dei “parassiti artistici” sono qualche volta necessari “per nutrirsi di strutture esistenti” come il distretto residenziale di ‘Vinex’ vicino Utrecht, per esempio - oggetto nel 2003 della mostra dal titolo “Paradise Parasite” -, come sarebbero necessari, ma per ragioni diverse, anche nel “lotto zero” di Ponticelli. In un ambiente tecnologico e culturale totalmente diverso, tuttavia, come quello del sud Mediterraneo, in una società meno sottoposta a norme, o perlomeno dove le norme, anche quelle più basilari della civile convivenza vengono meno rispettate, ed in una società meno consapevole anche delle problematiche ambientali, le pressioni e le urgenze sono allo stesso tempo analoghe  e diverse. L’approccio sintetico dell’arte, ed i limiti d’uso cui è soggetta l’architettura sono entrambi necessari a sviluppare la mente come a servire ancora largamente insoddisfatti bisogni umani: a promuovere quelle relazioni che sono appunto offerte, per esempio, da un mercato (vedi immagine in apertura: Dre Wapenaar “Souk”, 2005, Courtesy l’artista) o da una pista ciclabile protetta dalla mobilità veicolare selvaggia, che possa collegare le isole di questo “distretto arcipelago” che manca proprio di queste specifiche qualità urbane, ma che rispetto al centro della città, abbonda di spazio male utilizzato.

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Shelter Sostenibili
La stanza vernacolare - “shelter” a struttura continua ampiamente diffuso nell’area precedentemente al telaio in cemento armato -, se associata all’applicazione di tecnologie per l’autoproduzione di energia da fonti rinnovabili, in un’area dove il sole splende per la maggior parte dell’anno e dove l’energia geotermica non dovrebbe essere di difficile accessibilità, potrebbe diventare invece un punto di riferimento per lo sviluppo di un modo di vivere più sostenibile e centrato sulla dimensione umana, le aree rese disponibili dalle precedenti attività industriali. Questo rifugio\alloggio base sviluppatosi nel corso di 4000 anni di continua vita nell’area, affonda le sue origini nelle capanne preistoriche il cui calco è rimasto inciso, parzialmente pure per le strutture di elevato, nel fango pietrificato di quella che è considerata come la più distruttiva eruzione del Vesuvio che si conosca (1860-1680 a.C), nelle “domus” unifamiliari ed unicellulari poste all’interno delle “insule”\recinto ai lati di cardine e decumano del “vicus” romano all’origine dei casali di Ponticelli e di Barra, nel “megaron” greco: il bianco, cubista mito Mediterraneo del primo “Modernismo”, e archetipo dell’architettura occidentale. L’organica giustapposizione di questi cubi sui lati dell’ “atrium” ha creato successivamente una casa ed un tessuto urbano più complessi, come quelli che si possono ammirare congelati nel loro sviluppo di I° secolo d.C. da un’altra famosa eruzione che ha sepolto Pompei ed Ercolano. Un processo infine di plurifamiliarizzazione e di progressivo intasamento e sopraelevazione dell’”atrium” ha creato la sovraffollata “corte” agricola che si conosceva prima del terremoto del 1980 (vedi immagine in alto con l’ ipotesi ricostruttiva del processo di crescita del Casale di Ponticelli con l’evidenziazione delle domus  originarie sovrapposte ad un rilievo del 1981 da: G. Caniggia “Analisi tipologica: la corte matrice dell’insediamento” in: AA.VV “Recupero e riqualificazione urbana nel Programma straordinario per Napoli”, Milano 1984). Costruita contro-terra dove possibile, e sempre con le uniche aperture rivolte verso sud, l’unità abitativa è coperta con una volta estradossata in pietra o da un tetto ligneo. Il principale livello abitativo ed il ballatoio sono raggiungibili grazie a delle caratteristiche scale aperte ad arco giustapposte alla facciata alla quale forniscono ombreggiamento nei mesi estivi. Una cisterna interrata costruita per conservare l’acqua proveniente dai tetti, costituisce un’area pianeggiante in un terreno in declivio, e naturalmente una riserva d’acqua nella lunga stagione secca. Le mura spesse e le aperture operate ad arte fornivano ed ancora forniscono agli abitanti del golfo e delle isole un perfetto controllo ambientale, protezione contro la luce eccessiva, contro il calore ed il rumore, ventilazione naturale: in altre parole benessere e, ancora, sostenibilità. Molti di questi “cubi” che punteggiano l’area giacciono abbandonati oppure sono stati circondati da viadotti, edifici alti, capannoni industriali abbandonati, mentre una popolazione che non ha più identità si annida nei palazzoni prefabbricati, che andrebbero demoliti, ridotti a cibo per “parassiti artistici”, e i loro abitanti trasferiti nelle aree appunto liberate dall’industria in insediamenti meno densi e più consapevoli delle problematiche ambientali, una volta che siano state effettivamente decontaminate.

Shelter per l’emergenza
Un’altro modo di declinare l’agomento “shelter” è quello relativo all’analisi della ricerca progettuale specifica sul tema dello “shelter after disaster” che è stata perseguita anche nell’Università di Napoli dopo il terremoto del 1980, soprattutto a causa dell’inadeguatezza degli alloggi temporanei messi a disposizione dei senza tetto dalla “Protezione Civile”. Come nel caso delle tecnologie impiegate e nello sviluppo dei progetti, la questione “emergenza” è stata invocata per giustificare la cattiva progettazione, e scelte sbagliate, o peggio, che celavano interessi privati. R. Mango ed E. Guida entrambi  professori di “Design Industriale” nell’Università di Napoli, hanno presentato i risultati della loro ricerca sul tema in un volume del 1986 intitolato “Abitare l’Emergenza”. Seguendo le proposte per gli alloggi temporanei del dopoguerra ed i prototipi sviluppati da Le Corbusier e J. Prouvé, Buckminster Fuller e Gropius, Louis I. Kahn ed altri, questi progettisti locali hanno sviluppato in collaborazione con una società del gruppo IRI un sistema lineare di alloggi\shelters coperti da un unico tetto\tenda. In un’altra realtà sarebbe superfluo affermare che i risultati di questa, come di altre ricerche sul tema, dovrebbero essere qualcosa di più che prototipi per far fronte - senza invocare come ogni volta l’emergenza – alla gestione dei tanti disastri, imprevedibili o evitabili, ai quali è da sempre esposta la città. 

Notes on the theme:  shelter for Napoli est
This text is the full version of an article about the theme of “shelter” for the post-industrial eastern area of Naples proposed by the editorial staff of the Dutch architectural magazine “Volume” for the production of a tabloid (RSVP) in Naples. It will be enclosed with the April issue of the quarterly. The project has been organised as part of the exhibition: “N.EST 2.0, The making of the city (a project by the N.est group and by Diana Marrone\Undercover for the sections “Talks & Walks”), which was held from January 13th to February 25th 2008 in the project room of the MADRE museum in Naples, curated by Gigiotto del Vecchio and Stefania Palumbo. The text will appear in the magazine without the fundamental reference to the role of “social healing”, which only the resemanticisation of urban space - together with a revival of the local economy - is capable of attaining through the integration of high quality art and architecture conceived “in the public interest”.

Sheltering Sky
A famous seventeenth century engraving: The city of Naples by Pietro Miotte (1648), depicts the city during the riot led by the fisherman Masaniello against the Spanish government which had occupied the city for over a hundred years. A procession of Saints – inevitably depicted in the clouds - shelters the town (or, rather, the occupying army) from the rebels. The caption indicates the strategic buildings and castles still in the hands of the rioters and those controlled by the Spanish army. Besides the wonderful landscape, the bay of Naples is an area with intense seismic activity, which is also prone to volcanic phenomena - both Vesuvius and the Phlegrean fields are active volcanic systems. This is combined in the east Naples area with the presence of an extremely polluting new power plant near the coast, with oil refineries and “strategic” oil reserves, not to mention the social and environmental disaster caused by the “rubbish crisis” which has afflicted the entire region for the last fourteen years. What saint would ever be prepared to shelter the town from the natural disasters and from its own self-destructivity? Apart from these plants and the “infrastructure” of the motorways and the railways, the ancient rural settlements (“vici”, in Roman times, later “Casali”, and now simply “neighborhoods” of Naples) of Ponticelli and Barra are located at the base of the cone of mount Vesuvius and S. Giovanni on the coastline. After being incorporated within the metropolitan area of the town in the 1920’s, these formerly rural villages have gradually been turned into urban suburbs, leading to the construction of high-density buildings and the widespread use of prefabricated building techniques, especially following another emergency, that of the 1980s caused by the earthquake.

Archetypal Shelters
With their allusion both to the archetypes of social life and form, the artworks and public projects of artists such as Lothar Baumgarten, Ilya Kabakov, William Kentridge, Joseph Kosuth, Alfredo Jaar, Mario Merz, Martha Rosler or the Dutch tent maker and designer Dre Wapenaar, represent their ideas and research into the ways groups of people and individuals relate to each other, and to space. In a carefully planned and maintained artificial environment like that of the Netherlands, artistic “parasites” designed to enrich the urban narrative are sometimes necessary “to feed off existing infrastructure” as in the residential district of ‘Vinex’ near Utrecht, for example, as it would also prove necessary, though for different reasons, in the “lotto zero” (“block zero”) of Ponticelli. In a different cultural and technological environment, like that of the southern Mediterranean area at the centre of which eastern Naples is situated, the synthetic approach of art and the “limitations” of architecture are necessary both for fostering human relations, as well as for “serving” as yet unsatisfied basic human needs. These relations could be offered, for example, by a temporary market (see above image: Dre Wapenaar “Souk”, 2005, courtesy the artist) or by a protected cycling route, in a neighborhood and entire “archipelago” district which lacks these urban features.
Sustainable Shelters
The pre-reinforced concrete frame and once ubiquitous “vernacular room”, if associated with the application of renewable energy technologies for the autonomous production of energy – in an area bathed by sunlight for most of the year, and where geo-thermal sources of energy should be easily accessible - could become a starting point for the development of a more conscious, human-centered and sustainable way of inhabiting the new areas left by former industrial activities. This basic shelter has developed over 4000 years of continuous settlement in the area and owes its origins to the prehistoric huts whose casts have been preserved in the volcanic mud of what is currently believed to be the most destructive eruption of mount Vesuvius (1860-1680 B.C.), in the Roman one family domus and in the Greek megaron:  the “white cubistic myth” of early Modernism, and the Ur-type of western architecture. In the villages of both Ponticelli and Barra, it is easy to recognise this “matrix” of the human settlements (see above plan from: G. Caniggia “Analisi tipologica: la corte matrice dell’insediamento” in: AA.VV “Recupero e riqualificazione urbana nel Programma straordinario per Napoli”, Milano 1984) which the post-earthquake intervention was designed to preserve and to restore. Over the centuries, the organic juxtaposition of new cubes along the sides of the court\atrium created a more complex house and urban fabric, like the ones we can still admire,“frozen” in their first Century A.C. development in Pompeii and Herculaneum, and in their subsequent transformation into the multi-family dwellings of these villages. Built out of stone as a continuous structure – the small quantities of wood available was used for building window and door frames, roof trusses or slabs in urban areas – the residential unit is covered with an “extrados” stone vault or a wooden roof, while access to the main dwelling level and the gallery (ballatoio) is obtained by means of open arched staircases juxtaposed with the facades which also provide shade in the summer. An underground water tank built to collect rain water from the vaults or the pierced wooden roof, provided a flat area on sloping ground and, of course, a reserve of water during the long dry season. The thick walls and the openings of the roof or dome and of the room, which always face south even within the urban fabric of the vicus/Casale (Ponticelli, Barra) or the urban settlement (Naples, Sorrento, Pompeii or Herculaneum), would have provided (and still provides to many people living in the region, on the coast and on the islands of the bay) perfect environmental control, protection against glare, heat and noise, plus natural ventilation: in other words, well-being and sustainability.  Most of these “cubes”, which now lie abandoned and neglected, have been surrounded by car-parks, high-rise blocks, motorways, former industrial plants and abandoned shed buildings, while people from nowhere nestle in their prefabricated concrete shells, which should be demolished and its inhabitants moved to those former industrial areas, which have now become partly available once again, in less dense and more environmentally conscious new settlements.

Shelters After Disaster
Another reason for addressing the theme of “shelter” in this area is to investigate the specific research design regarding the theme of “shelter after disaster” which flourished after the 1980 earthquake and the inadequate “temporary dwellings” provided for the homeless by the Italian “Civil Protection” department. As often occurs, the emergency resulted in careless design and private interests in both the temporary “container cities” and in most of the housing into which people were subsequently moved. R. Mango and E. Guida, both professors of Industrial design in the School of Architecture of Naples, published a book entitled “Abitare l’Emergenza” (“Living in a state of Emergency”) in 1986 in which they presented the results of their research experience on the subject. Following the proposals for post-war temporary housing prototypes by Le Corbusier and J.Prouvé, Buckminster Fuller, Gropius and others, these local designers have developed, together with the collaboration of the of the currently privatized IRI group, a linear system of rough-shelters covered by a single tent-roof.  Needless to say, the results of this and other research on the subject should be ready and usable for coping with the risks of natural and man-made calamities to which the city is exposed.

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