
Arte\Architettura\Città Contemporanea 16
di Fabrizio Tramontano
Il 3 ottobre si è inaugurata, frutto di una collaborazione tra un ente pubblico, la Provincia di Milano ed un soggetto privato, la Fondazione Hangar Bicocca, la grande mostra antologica di Alfredo Jaar per Milano, a cura di Gabi Scardi e Bartolomeo Pietromarchi.
Arricchisce la mostra un progetto di arte pubblica appositamente concepito dall’artista per il nostro paese intitolato Questions, Questions, un’azione\indagine che s’interroga sulla consapevolezza del ruolo ed il valore attribuito dalla gente e dalle istituzioni alla cultura.
Il progetto si concluderà come la mostra a fine gennaio, con un incontro pubblico nel quale saranno discussi i risultati dell’opera in forma d’inchiesta. Oltre alle pareti e superfici urbane coperte di manifesti che pongono i quindici quesiti costituenti il progetto, alle fiancate di autobus e di tram, agli inserti di quotidiani e settimanali, e alle cartoline in distribuzione da imbucare con le risposte a tali interrogativi, sono due gli spazi espositivi coinvolti dalla mostra: lo Spazio Oberdan e l’Hangar Bicocca.
Il primo, lo spazio pubblico gestito dalla Provincia, completamente trasformato nelle sue problematiche gallerie espositive con un nuovo allestimento temporaneo progettato dall’artista, propone opere di formato più piccolo. L’animazione digitale a monitor Embrace (1996) apre la mostra al termine di un breve cannocchiale prospettico costituito da pareti e pavimento neri. Seguono semplici stampe laser incorniciate come Untitled (Newsweek) del 1994, la presentazione delle diciassette copertine del settimanale americano dedicate prevalentemente alla telenovela di O. J. Simpson, corredate di note che segnano le tappe del contemporaneo ed ignorato genocidio in Ruanda;
il video Muxima presentato alla passata edizione della Biennale; fotografie su plexligass, ed infine, immancabili, i lightboxes, come Geography=War. Si tratta di un’opera composta da sei lavori con immagini su entrambi i lati del box luminoso che presentano sul fronte la traiettoria del percorso di sostanze tossiche di scarto delle lavorazioni industriali dal loro porto d’imbarco presso Pisa a quello d’accoglienza in Africa, e quindi sul retro, visibili perchè riflesse da sei specchi a muro, immagini degli effetti sui villaggi della Nigeria di tali traffici criminali.
Quello che ci lascia percepire quest’opera del 1991 sembra ormai poca cosa ai nostri occhi assuefatti ai disastri ambientali prodotti nell’area a nord di Napoli che ci hanno descritto e fatto vedere le “Gomorre” di Saviano e Garrone e finalmente pure dei “reports” giornalistici.
Ma che chiunque avesse viaggiato negli ultimi trent’anni sulla strada dei week-end estivi che corre tutta “in rilevato” tra Napoli e Roma, poteva perlomeno sospettare esistere sotto gli zoccoli delle bufale al pascolo su terreni mossi di recente. Non bisogna quindi andare in Africa per trovare la nostra Nigeria, a Mondragone come nella periferia postindustriale di Milano, o di qualsiasi altra città italiana.

Il secondo spazio coinvolto dalla mostra è l’Hangar Bicocca, che ospita naturalmente le grandi installazioni dell’artista\architetto\filmaker cileno. L’edificio, in via di completa ristrutturazione, si presenta già per grandi linee in quella che sarà la nuova veste che apparirà in via definitiva agli occhi del pubblico solo a ultimazione dei lavori annunciata per il marzo 2009. Anzitutto, l’ingresso risulta sul lato opposto rispetto a quello che tutti avevano conosciuto fin dall’inaugurazione dell’installazione I sette palazzi celesti del 2004, come il fronte principale dell’edificio. Tutti, compreso lo stesso Kiefer che aveva infatti concepito il percorso del pellegrino\visitatore proprio secondo quella progressione di spazi: dall’atrio d’ingresso nel buio della monumentale navata unica – dalla quale le torri misteriosamente emergevano – alle due successive navate minori affiancate, destinate ad una visione laterale dell’installazione attraverso la struttura d’acciaio del capannone. Al termine del percorso di visita, infine, al fondo della grande navata, volgendosi indietro, era finalmente possibile abbracciare con colpo d’occhio sintetico tutte le torri. Il capovolgimento di 180 gradi della posizione dell’ingresso, che avviene ora direttamente nello spazio più dilatato dell’Hangar destinato alle mostra temporanee, cioè dal retro dell’installazione, priva certamente di mistero e di senso l’esperienza della sua fruizione. La cancellazione della visione frontale, in profondità, dell’installazione dall’atrio d’ingresso trasformato ora in deposito, si associa poi alla successiva compressione del percorso causata dall’inserimento dei bagni all’interno del vecchio percorso di visita. Il nuovo percorso appare collocato ora troppo a ridosso delle torri “Melancholia (Stelle cadenti)” e “Linee di campo magnetico” di cui disturba la fruizione in virtù anche della sostituzione della trasparente recinzione originaria prevista da Kiefer, con una nuova e ben più massiccia struttura, si spera solo temporanea. L’occasione per avviare questi lavori di trasformazione dell’edificio sono stati forniti dalla richiesta delle autorità sanitarie locali di effettuare saggi sullo stato di contaminazione del suolo all’interno dell’ex edificio industriale. A seguito di questi carotaggi che pare abbiano dato esito negativo, si decideva comunque la copertura del vecchio calpestio sotto un massetto di cemento armato, nonchè l’areazione dello stesso con un sistema di filtraggio delle esalazioni nocive eventualmente emesse dal suolo. Per realizzare tale massetto si è reso allora necessario rimuovere tutti gli oggetti collocati da Kiefer e dai suoi assistenti al piede ed anche, parzialmente, sulle facciate delle torri. Temendo che le vibrazioni causate dai macchinari coinvolti nei lavori potesse alterare il labile equilibrio della struttura delle torri che altrove (Casabella, dicembre-gennaio 2004, Viatico, febbraio 2005, Merkaba, Milano 2006) si è descritto realizzato di setti e solette in cemento armato appoggiati e “vincolati” solo grazie alla compressione degli elementi (libri e cunei) in piombo stratificati nella costruzione, si è deciso poi di realizzare un “consolidamento” dall’interno di tali strutture. Il progetto di tale sistema di ancoraggio degli elementi tra loro e con il suolo, è dell’ing. Ettore Bonaguri ex Pirelli RE, e fin dall’inizio coinvolto nel coordinamento del cantiere e poi nel monitoraggio degli spostamenti relativi delle torri in tutte le fasi della loro breve vita. Dello studio Rava & C. srl. con Barbara Ferriani srl, il ripristino dell’allestimento iniziale delle torri, alla realizzazione del quale ha contribuito pure chi scrive soprattutto nel reperimento e nella ricostruzione della documentazione in foto, e video necessaria alla individuazione, ricollocazione o ricostruzione di tutti gli oggetti costituenti l’installazione; della tipologia degli elementi di recinzione e di illuminazione delle torri; delle metodologie e dei materiali adottati da Kiefer e dai suoi assistenti per la sistemazione del suolo. La ricostruzione della posizione originaria di tutti gli elementi ne ha permesso la successiva ricollocazione. Il trattamento del suolo non più costituito da prospettive di binari dismessi e di terra battuta, ma di cemento non lisciato, è stato realizzato con un sottile strato di sabbia edile e di terriccio steso con pala e badile, e reso uniforme con rastrello, scopa e tappeto. Il ripuntamento delle luci, la sostituzione di lampadine non più funzionanti e di corpi illuminanti scomparsi non è stato, però, ancora portato a termine. L’ancora imperfetto ripristino delle condizioni d’illuminazione iniziali dell’installazione, insieme alla circostanza del citato nuovo accesso all’edificio espositivo dal retro dell’installazione, nonché la presenza di una gran quantità di luce radente, “terrena” prodotta dalla abbagliante parete a neon di The Sound of Silence (2006) che apre la mostra di Jaar, ha generato un generale “sconcerto” tra i vitatori abituali dell’Hangar che già conosceva l’installazione “celeste” di Kiefer. La luce al neon illumina dal basso le fronti dei primi (ultimi) Palazzi Celesti, nonché la struttura portante, fin’ora invisibile, del capannone alto ventisette metri, che pertanto ridimensiona le torri alte “solo” diciannove metri. Jaar, che pure è il primo tra gli artisti invitati nello spazio temporaneo dell’Hangar, da architetto, ad aver affrontato il tema del rapporto visivo e spaziale con l’installazione permanente nell’edificio, ha così inserito un elemento di alterazione e “disturbo” dell’ atmosfera prodotta dall’ opera di Kiefer. Numerosi sono gli stratagemmi spaziali che Jaar ha impiegato per relazionare la sua opera alle costruzioni di Kiefer: dal ricorso ad una lunga parete diagonale che fa convergere lo sguardo verso il centro dell’installazione preesistente per presentare l’opera Untitled (Water), ai riflessi nei barili di petrolio che sovrappongono volti umani alle torri celesti della seconda opera intitolata Geography=War. Così le tragiche macerie\rovine del mondo contemporaneo dell’artista tedesco conviveranno fino a gennaio con i media correnti della comunicazione pubblicitaria utilizzati da Jaar per veicolare esteticamente contenuti etici anziché commerciali. Operando questo slittamento di senso dell’immagine patinata ed impeccabilmente confezionata, l’artista presenta ciò che altrimenti la nostra vista sovraccaricata d’informazioni di ogni natura, si rifiuterebbe di vedere e la nostra mente distratta di riconoscere: l’emergenza di questioni che attanagliano qui ed ora l’umanità – da quella ambientale e delle guerre causate dalla corsa all’accaparramento delle fonti di sfruttamento del petrolio o dei giacimenti d’oro, al destino di coloro che attraversano il mare ed i confini su imbarcazioni fatiscenti, oppure ancora le guerre fratricide e i genocidi che avvengono sotto gli occhi, vigili ma colpevolmente inermi, dell’occidente.
Presentata in forma spettacolare la magnifica e letterale opera Emergencia (1998) – l’affioramento periodico e l’immediato nuovo inabissamento di un plastico del continente africano in un liquido nero, denso ed oleoso, che si tramuta in uno specchio dello spazio che lo contiene e del pubblico che lo contempla – inaugura il nuovo gigantesco volume espositivo annesso all’Hangar. Che dire, poi, dei giochi legati alla visione, ai riflessi appena citati, agli infiniti passaggi dalla luce all’ombra, dal bianco al nero, del ricorso al flash di lampade stroboscopiche per catturare e fissare la nostra retina su una colpevole immagine di Kevin Carter? Lo stress\piacere visivo ed intellettuale procurato della visita alle due mostre si completa all’esterno, nella città, con il martellamento prodotto dalle imbarazzanti domande, per l’esito che avrà il progetto. Perchè “l’Italia dimentica tutto”– come afferma un cittadino che ha risposto alla domanda: “Ci siamo dimenticati della cultura?”.
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