
photo: John Hodgkiss, courtesy the William Kentridge Studio
di Fabrizio Tramontano
Un uomo si sveglia una mattina senza il naso.
Le poche pagine del racconto di Gogol “Il Naso” del 1837, descrivono i tentativi dell’assessore di collegio Kovalèv di rintracciare e riappropriarsi del suo organo del senso (e dell’olfatto) e delle parallele solitarie avventure di questo per le vie di San Pietroburgo. In realtà è stato lo stesso naso a fuggire; quando Kovalev lo ritrova, il naso è in uniforme, indossa il cappello con le piume di consigliere di stato, e respinge il suo proprietario: «Vi sbagliate, egregio signore.
Io sono per mio conto. Inoltre fra noi non può esservi alcuna stretta relazione. A giudicare dai bottoni della vostra uniforme, voi dovete prestar servizio in un’altra amministrazione».
In seguito, lo stesso naso viene arrestato da un gendarme mentre cercava di recarsi a Riga e viene riportato a Kovalev. Acconsentirà finalmente a riprendere posto sulla faccia dell’assessore. Gogol chiude il racconto con questa riflessione: «La cosa più strana, più incomprensibile di tutte è che degli scrittori possano dedicarsi a simili argomenti. Lo riconosco, questo è davvero inconcepibile, è davvero… no, no, non posso proprio capire. In primo luogo, non ne viene decisamente alcun vantaggio per la patria; in secondo luogo… ma anche in secondo luogo non ne viene alcun vantaggio. Semplicemente non so che mai significhi tutto questo… E tuttavia, malgrado ciò, si può anche ammettere e l’una e l’altra cosa, e anche una terza… già, perchè dov’è che non si verificano delle cose inverosimili? E a rifletterci bene, in tutto questo, davvero qualcosa c’è. Si può dir quello che si vuole, ma simili avvenimenti al mondo accadono, di rado ma accadono».
“Tristan Shandy” di Sterne (1759) e “Don Chischiotte” di Cervantes (1601) gli antecedenti di questo racconto che utilizza l’assurdo come espediente narrativo. “Il naso” viene trasposto in opera nel 1930 da Dimitri Shostakovich in piena epoca staliniana: «La traiettoria dell’assurdo – afferma Kentridge, che sarà autore delle scene della ripresa dell’opera alla “Metropolitan Opera- Lincoln Centre” di New York nel marzo 2010 – esplode nel modernismo russo del ventesimo secolo». “I am not me, the horse is not mine” (catalogo edito dalla galleria Goodman di Johannesburg e Cape Town nel 2008, testi W. Kentridge, P. Miller, S. Grant, fotografie di John Hodgkiss), è un’opera in forma di conferenza-performance prodotta dall’artista sudafricano nel percorso di preparazione alla produzione newyorkese. Il titolo di questo lavoro deriva da un’espressione contadina russa usata per negare la colpa e prende il racconto di Gogol, i suoi antecedenti e le sue storie future «come base per guardare all’inventiva formale dei vari ambiti del Modernismo e della fine disastrosa dell’avanguardia russa». L’installazione è composta da 8 frammenti video – tra i quali: “Sua maestà il compagno Naso”, “Di nuovo quel ridicolo spazio vuoto (una love story di un minuto) e “Il cavallo non è mio” – proiettati simultaneamente, e dove le animazioni dell’artista, che esplorano il tema dell’opera, sono accompagnate ed introdotte da una marcia di ottoni stratificata sonoramente con citazioni da Shostakovich e con ritmi, strumenti e canzoni Zulu composta da Philip Miller. Del rapporto tra le immagini e le sequenze prodotte dall’artista e le colonne sonore composte dal giovane musicista sudafricano (che ha rappresentato il 7 marzo nella Great Hall del Cooper Union la sua opera “Can You hear that?” nell’ambito del quarto concerto annuale per la pace organizzato dall’ ”Ensemble π”) avremo ancora modo di parlare in una prossima intervista con l’autore. Nel frammento: “Il cavallo non è mio”, il naso acquisisce un cavallo «per realizzare la sua scalata sociale e trasformarsi in un eroe equestre». Oltre a rappresentare il simbolo di S. Pietroburgo (l’Horseman di bronzo), il cavallo simboleggia anche la città di Napoli nella cartografia ed iconologia storica, come sarà evidente nella mostra di nuovi grandi arazzi con le avventure del naso sullo sfondo della città e del Regno di Napoli «alla ricerca di una terra promessa, piuttosto che DELLA terra promessa», che Kentridge porterà in mostra a Capodimonte a Novembre. Il cavallo è un’estensione del corpo degli eroi del realismo socialista, ma anche il ronzino di Don Chisciotte e Boxer, il leale lavoratore tradito da Stalin in “Animal Farm” di George Orwell. Si tratta di un «cavallo antieroico», che si presta altresì alla ricerca percettiva dell’artista sulla rappresentazione: «Quanto specifici devono essere dei pezzi di cartoncino affinchè noi possiamo riconoscere ciò che vediamo? Una testa, una curva per il collo, qualche linea dritta per le gambe ed un ghirigoro per la coda è tutto ciò di cui abbiamo bisogno non solo per convincerci che stiamo vedendo un cavallo, ma per impregnare il cavallo degli attributi dell’animale vivente e delle immagini associate. Così mentre tentavo di fare cavalli minimali o residuali, cercavo anche di fare cavalli anti-eroici. Dei cavalli che avrebbero avuto il diritto minore possibile di essere sui monumenti.»
In scena William Kentridge interpreta citazioni dal racconto di Gogol; rappresenta, come del resto in tutta la sua opera, il proprio se diviso tra il suo corpo e la sua ombra prodotta dalla proiezione sul suo corpo di altri William intenti a dormire o a far altro; gioca, infine, come Groucho Marx di fronte allo specchio, a cercare di mettere d’accordo tutte queste immagini. Questa performance, che ha già avuto luogo in varie locations a partire dal 2008, sarà replicata il prossimo 14 marzo a San Francisco in connessione con l’inaugurazione della mostra retrospettiva itinerante dedicata all’artista, che sarà presentata al MoMA di New York contemporaneamente all’opera al Met.
Organizzata dall’ “Institute for Comparative Literature and Society” e il “Center for the Critical Analysis of Social Difference” della Columbia University, martedi 3 marzo, in presenza di un folto numero di studenti di letteratura comparata si è tenuta una conversazione tra William Kentridge e David Levin dal titolo: “Art, the Archive, Opera, and the Purge con la spiegazione: Dalla short story di Gogol di un corpo diviso contro se stesso e gli archivi delle epurazioni staliniane proviene la magica interpretazione di Kentridge dell’opera di Shostakovich”. A stand ormai montati per l’inaugurazione dell’ “Armory Show 2009” il giorno successivo, pochi i rappresentanti del mondo delle gallerie e dell’arte presenti alla Schermerhorn Hall alle 19.30: « già, perchè dov’è che non si verificano delle cose inverosimili? E a rifletterci bene, in tutto questo, davvero qualcosa c’è. Si può dir quello che si vuole, ma simili avvenimenti al mondo accadono, di rado ma accadono».
sottoposti a un potere più forte della nostra volontà, finiamo col perdere dei pezzi necessari del nostro stesso corpo. Un copo che si disfà lententamente e che ci costringe a rincorrerlo e ad ascoltare le sue spiegazioni, obiezioni. In breve la società dei bisogni mangia l’uomo, costringendo ogni suo pezzo a reinserirsi in un nuovo, disumano, innaturale contesto. Le cose che più ci stanno a cuore si allontanano, si trasformano in chimere, quello di cui abbiamo bisogna ci governa e ci deforma… Attenzione a quello che perdete oggi !
La morte a volte invece di unire le persone le divide. La trasformazione alchemica dell’oggetto amato a volte invece di realizzare il sogno, lo disintegra. L’omino che balla sui cocci rotti nella mia testa, a volta invece di provocare un gran dolore, ricostruisce l’ennesima artefazione. Un cavallo al galoppo, corre, scappa, insegue, altro….
Enrica Miglioli
cosa abbiamo inventato noi?? nulla, W. Kentridge già creava figure slittanti e sovrapposte … tiranni e mostri che sbranano popoli, scene che mutano ma il potere mangia sempre..e…si vede…video, nel flauto magico di Mozart e tanti altri..ECCEZIONALE!
Miglioli Enrica
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