

di Davide Auricchio
Spesso si è inclini a pensare che l’immaginazione sia qualcosa di astratto e intangibile, come una capacità rara e avulsa dalla realtà del mondo, dalla cruda fenomenologia dell’esistente.
L’etimo stesso della parola (dal lat. imaginatio¯ne) suggerisce un’associazione immediata con quella facoltà di concepire nella fantasia e di accostare liberamente immagini, concetti e pensieri. Vi sono, poi, espressioni come “frutto di immaginazione” o “abbandonarsi all’immaginazione” e ancora “è una sua immaginazione” che rafforzano il senso di qualcosa di arbitrario o comunque scevro da qualsiasi regola. D’altronde il noto slogan del Sessantotto “immaginazione al potere”, intriso di echi romantici, suona chiaramente come un invito perentorio a sovvertire le regole, a liberare l’uomo dalla “gabbia” di una società iper razionale.
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Un fronte freddo autunnale arrivava dalla prateria. Qualcosa di terribile stava per accadere, lo si sentiva nell’aria. Il sole era basso nel cielo, una stella minore, un astro morente. Raffiche su raffiche di entropia. Alberi irrequieti, temperature in diminuzione, l’intera religione settentrionale delle cose era giunta al termine. Neanche un bambino nei giardini.
Jonathan Franzen “Le correzioni”, 2001
di Luca Beatrice
Un paio di settimane fa mi sono imbattuto in un’immagine al limite tra bellezza e terrore. Era una foto che mostrava con fierezza lo stadio sportivo di una qualche cittadina della Corea del Nord in cui un integerrimo pubblico di spettatori si era diligentemente abbigliato a festa. Dall’insieme dall’alto si staccava un bambino con abiti tradizionali e nel pugno la bandiera del partito, che sventolava con gioia.
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di Carmen Vicinanza
La galleria Il ritrovo di Rob Shazar è lieta di annunciare l’apertura della personale The First Circle di Diego Canato, giovane scultore nato a Torino nel 1972.
Oggetto di indagine del lavoro di Diego Canato è la parola, intesa come il fondamento di ogni forma di comunicazione o al limite della sua assenza. Una parola non detta, un messaggio andato perduto interagiscono con la realtà esterna, evocano un disagio esistenziale cui l’artista cerca di opporre la sua “fede” nelle possibilità positive della parola, come pietra angolare della conoscenza universale. (continua…)

di Davide Auricchio
L’attualità dell’arte spesso ci costringe ad una visione del contemporaneo spettacolare e distorta, sensazionale e oscena, parossistica ed inquietante, delle volte addirittura ripugnante.
Spesso e volentieri il confine tra arte e comunicazione è inesistente e l’artista veste i panni del creativo, del politico, del giornalista, delle volte finanche del critico o del filosofo.
Nel gioco sempre più diffuso dell’essere prestati ad altre mansioni, gioco ad uso ed abuso delle strategie del marketing, la figura dell’artista si delinea piuttosto confusamente quasi a suggerire un eclettismo che immediatamente diventa sinonimo di qualità.
Didactica Magna Minima Moralia
a cura di Silvia Fabro con Rudi Fuchs
A quattro mesi dalla scomparsa, il MADRE di Napoli dedica una personale a Luciano Fabro, maestro della scultura italiana del secondo Novecento. La mostra disegna il profilo di una singolare e innovativa esperienza artistica, già pienamente strutturata nei primi anni Sessanta, prima che il 1968 e l’avventura dell’Arte Povera, di cui Fabro fu tra i grandi protagonisti, definisse in una sola e potente immagine culturale l’identità collettiva di un gruppo di straordinari artisti italiani.
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