Guerrieri di Pace

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Come spesso accade – leggendo la storia artistica di Napoli possiamo farcene un’idea – i figli più benemeriti sono quelli nati nei quartieri popolari, altro che i rampolli dell’alta borghesia o della blasonata aristocrazia. Figli che più di altri anni hanno impresso sull’arte napoletana quel segno irripetibile, frutto di una curiosa quanto riuscita commistione di pathos ed ironia, di prontezza di spirito e di inguaribile nostalgia. 

Il pulcinella, archètipo della napoletanità, è un personaggio melanconico e per questo riflessivo ma estremamente sveglio e pronto a cogliere le occasioni che la vita gli offre con straordinaria prontezza e singolare genialità.
L’arte dell’arrangiarsi, prerogativa tutta napoletana, ci informa in realtà di una verità tutta filosofica, come direbbe Benedetto Croce: “la necessità è il motore della storia”. A dire che la forza creativa del napoletano è sempre agganciata al reale: è un respiro, non qualcosa di astratto o puramente formale  piuttosto uno strumento ad uso della vita. La pittura del seicento, il melodramma napoletano così come il teatro di Viviani e di Eduardo non sono sfuggiti a questa metafora filosofica ma di volta in volta ne hanno aggiornato il registro senza tuttavia tradirne il significato profondo.
Da anni Marco Petrucci, giovane scultore napoletano classe ’73, lavora infaticabilmente ai suoi “Guerrieri di pace”, questo il titolo dell’ultimo ciclo di produzione incominciato nel 2007 e approdato nel 2008 al Parco Virgiliano con la spettacolare installazione “Totem” e nel 2009 al PAN (Palazzo delle Arti Napoli) all’interno del progetto “Emergency room”. 
Trattasi di sculture in materiale povero, nella fattispecie tavole di ponte, che vengono trasformate quasi per una misteriosa alchimia in possenti quanto arcaici guerrieri, sentinelle come ci spiega lo stesso artista “ della libertà e dell’amore. I guerrieri rappresentano le battaglie della vita, quelle di tutti i giorni. Quando realizzo un guerriero riesco ad infondergli un po’ di me, della mia anima e, al tempo stesso, riesco a percepire la forza del guerriero attraversarmi e rendermi più forte”.
Già da queste poche battute è chiaro l’intento dell’artista, le motivazioni da cui muove la sua pratica scultorea perfettamente calata nella realtà quotidiana di un contesto difficile e pieno di insidie. Come, pure, appare evidente il carattere esorcizzante di questi guerrieri, silenziosi quanto agguerriti custodi di giustizia e libertà. Alla maniera degli antichi Marco Petrucci plasma delle figure apotropaiche che hanno una  funzione puramente difensiva, che, secondo uno schema arcaico, preservavano il Cosmo (oridne) dal Caos (disordine).
Tuttavia, se le motivazioni personali dell’artista – “l’esperienza mi ha insegnato che se vuoi ottenere qualcosa devi combattere, anche per le cose più umili e indispensabili, quelle che ci spettano di diritto”- e quelle legate al contesto di appartenenza sono la scintilla scatenante di tutto il processo creativo, il discorso assume un respiro decisamente più globale:  il monito perentorio di questi dissuasori pacifici è rivolto soprattutto ai grandi problemi del mondo: alle aree sottosviluppate, alla distruzione del pianeta, al sempre incombente terrore nucleare, alle tragiche stragi di civili che puntualmente ci restituisce la cronaca. 
Di qui, anche l’idea di un’unica grande opera monumentale, nonché il carattere quasi zen che assume la pratica dell’arte ogni giorno impegnata nella creazione di un nuovo guerriero. Come, non è un caso che questi guerrieri vadano a costituirsi come elementi di una installazione potenzialmente infinita ovvero capace di estendere il proprio raggio di azione.
Come infinita è la provenienza di questi guerrieri: il classico soldato romano sta al fianco di quello kushana dell’Asia centrale, quello templare accanto a quello arabo, quello estremo orientale a quello occidentale; un’eterogeneità questa che sembra alludere al problema dell’integrazione etnica e culturale e alla convivenza pacifica dei popoli.
Guerrieri di pace, è semplicemente un omaggio alla differenza ma anche un invito al riflettere sul principio di identità, nella consapevolezza che ci sono idee che hanno un respiro assolutamente universale.

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