
di Emanuela Graziani
Leggero è il librarsi di un respiro che lento si leva nel cielo, è il suo andare, per giungere oltre, oltre ciò che si conosce, dove tutto potrebbe trovare il suo senso in nuove e svariate dimensioni.
Leggero è ciò che sembra non avere peso in termini quantitativi: è un respiro, un sospiro, è l’aria che ci circonda in ogni sua parte. Eppure ciò che appare tanto imponderabile, impalpabile, etereo, porta via con sé tutto il peso più gravoso dell’esistenza, il suo mistero, i suoi ricordi, i suoi progetti, il suo più intrinseco e profondo valore. Un soffio vitale che si dilegua in un istante, nella sua più impercettibile inconsistenza, quasi a porre l’accento su quel corpo pesante abbandonato sotto di sé.
Un corpo forte e greve, come appare in tutta la sua fisicità il Cristo del Mantenga, rivisitato dall’artista, ora svuotato di tutti i suoi connotati coloristici, per porre l’accento ancor di più su ciò che è materia, è massa, è essere. Imponenza di forma e di ombra, essenzialmente di un corpo senza vita, quasi come un sigillo che si plasma solo nel dileguarsi dell’ultimo e invisibile respiro.

Questa materia acquisisce ancora più valenza nella fine stessa del Cristo, l’eterno per antonomasia, mettendo da parte la sua eternità, dando spazio alla morte stessa.
Una morte che troverà validità in una nuova nascita, riprodotta nell’ ”Evento”. Un evento nel quale l’energia nasce, uno squarcio di luce si forma, un qualcosa irrompe, un balenio di forza e di potenza prende spazio: una vita nuova, quella eterna.
Qui la vita e la morte si rincorrono nell’eterno, vivono in esso, al di là dell’ora e dell’adesso.
La vita che compie la sua valenza nella rinascita e la morte che ne trova la sua fine, ambedue nell’imperscrutabile e incomprensibile eterno.
Una vita che, come una strada, ha un suo percorso, con i suoi sentieri, i suoi ritorni, il suo perdersi e il suo fluire. Una vita con le sue sedimentazioni esistenziali eppur ciclica, ma sempre nuova. Un’esistenza che si delinea in quel percorso visivo e in quelle strade simboliche rappresentata “Nei rami con spine”, nel poetico “Landescape” nel suo “Flux” e nelle “Sovrapposizioni”. Tutto è vita e morte: nei rami, quale realtà con il suo inizio, il suo svolgersi, nelle svariate soste e nelle diverse tappe esistenziali e la sua ineluttabile conclusione; nel Landescape, paesaggio dell’anima, in cui tutto si consuma e si volatilizza, nel suo continuo morire e rivivere; nel suo Flux, quale esplicitazione e rappresentazione di tutto ciò che incarna il flusso della vita stessa e nelle “Sovrapposizioni” in cui la storia dell’ esistenza è un continuo intessere di esperienze e di realtà.
Esistenza riportata in una visione più ampia nella scultura dell’“Abbraccio” . Qui sono posti sullo stesso piano due involucri, quali metaforicamente due vite, due concetti stessi dell’essere. Un’esistenza ormai passata e un’altra, presente, dove riaffiora e lascia traccia il vissuto. La morte e la vita nella stessa dimensione, con la stessa importanza, con il loro inscindibile e inevitabile accompagnarsi. La morte viola, rappresentata non dalla sua essenza, ma dallo stesso trascorso, dalla memoria, dalle sedimentazioni esistenziali, dalle tracce del suo essere stata, attraverso segni incisivi, deposti all’interno dell’involucro. Segni che si snodano, come una ricapitolazione, ora curvilinei e sinuosi, ora spezzati e irti, proprio ad indicare quel diramarsi e intrecciarsi di passaggi esistenziali che lasciano la loro impronta nella nostra esistenza, nella nostra memoria. La vita è invece gialla, quale vitalità, quale acqua, realtà che viviamo nella nostra quotidianità, ma pur sempre protesa verso la fine, nel suo fluire, consumarsi, trascorrere e nel suo protendere verso la meta. Una vita, involucro di un’esistenza, attraverso il calore e l’energia dei suoi elementi, che esiste e si nutre di tutto ciò che è, ma che sarà al di là del tempo, del consumarsi apparente. Una vita e una morte che appaiono teneramente abbracciarsi, quasi come unite nella loro forma, nel colore, nelle tracce e nell’essere, da un legame tenero e impensabile. Poeticamente legate da un’armonia che spesso l’uomo non sempre riesce a cogliere, ma che sono rivelate in un linguaggio unico e magico come quello dell’arte. Un’arte fatta di immagini che arricchiscono l’uomo, inducendolo nella parte più intima di sé: nell’anima, nella coscienza, nell’inconscio. Un linguaggio capace di sussurrare e non di provocare, di arricchire l’essenza dell’uomo e non di sminuirlo e involgarirlo, di renderlo superiore al materialismo, proponendo realtà che vanno oltre l’ apparenza. Qui l’invisibile si svela, dando visibilità all’essere, attraverso la vita e la morte, a un respiro che aleggia leggero nell’arte e in tutto ciò che più intimamente appartiene al mistero dell’uomo e all’esistenza stessa.
Nunzio De Martino
La leggerezza del respiro
Inagurazione: mercoledi 14 ottobre 2009, ore 19,00
Periodo: dal 15 ottobre al 28 novembre, 2009
Changing Role Gallery, Vicolo del Bollo, 13 – Roma
Info +39.06.83507085
infogallery@changingrole.com
www.changingrole.com
Orari: martedì – sabato, 15,30 – 19,30
vale la spesa di continuare a leggere, ma più ancora guardare ciò che si lascia guardare in silenzio, per far nascere “nuove parole”.