
Il MACA – Museo Arte Contemporanea Acri (Cs) sta ospitando, dal 22 novembre scorso, nelle sale nobili del settecentesco Palazzo Sanseverino, l’affascinante mostra dedicata all’artista milanese Remo Bianco (1922 – 1988), uno dei maestri dell’arte informale italiana, protagonista dell’ondata di sconvolgenti innovazioni creative che, negli anni ’60 e ’70, hanno fatto del capoluogo lombardo una dei principali centri artistici d’Europa.

La mostra, che ha ottenuto un importante riscontro di pubblico e proseguirà fino al 15 febbraio, si articola attorno a cinque tappe fondamentali della carriera dell’artista: i 3D, i Collages, i Tableaux dorés, le Impronte e l’Arte Elementare.
Delle bustine di plastica trasparente – non diverse da quelle usate dalla “scientifica” nei polizieschi americani – sono disposte a intervalli regolari, netti, puliti, su di uno sfondo a tinta unita – bordeaux, azzurro – che ne fa risaltare il contenuto, vivacizzandolo, amplificandone la decontestualizzazione, donandogli un tono scherzoso capace di generare nello sguardo dello spettatore un gradevole effetto sorpresa. Le bustine contengono delle testimonianze di vita miniaturizzata: bamboline nude, figurine, frammenti di giochi per bambini, alcune stoviglie ed un telefono in miniatura. Sono le testimonianze, le impronte, di un tempo andato, di quando tutte le cose erano più piccole e gli stessi sensi attraverso i quali percepivamo le cose erano proporzionati ad esse: piccoli occhi e mani minute che manovravano il camion dei pompieri, il registratore di cassa e i soldatini di piombo, che, ora, fatti opera d’arte, sono protetti da piccole teche di vetro, come se fossero i preziosi reperti archeologici di una civiltà scomparsa, cristallizzati nel loro passato, resi ancor più distanti e irraggiungibili dalla sottile patina di neve che li ricopre. Sono queste le declinazioni dell’Arte Improntale che Bianco sviluppava nella seconda metà degli anni ’50 e che è una delle prime forme attraverso cui l’artista manifesta quelle ossessioni che ritorneranno costantemente negli sviluppi successivi della sua carriera artistica: l’ordine geometrico tipico del casellario e la ritenzione del passato. Quale sia il significato di queste opere Bianco lo spiega nel Manifesto dell’Arte Improntale: «L’arte dell’avvenire è posta sotto il segno dell’IMPRONTALE. IMPRONTALE è tutto ciò che resta impresso nel nostro subcosciente. […] Per sfuggire ai fenomeni non sempre desiderati, l’uomo dovrà impadronirsene, creando l’impronta che non sarà più l’oggetto, ma un qualcosa di conforme alla sua natura. Tutto ciò richiede un modo diverso di espressione, che tenga conto di tutti questi presupposti. Dichiaro che le mie IMPRONTE sono una documentazione universale che catalogherà tutte le cose venute a contatto con me attraverso una realtà ridimensionata della verità attuale. Dichiaro che in un prossimo futuro gli uomini prenderanno le impronte per poter possedere la realtà che li circonda ».

I Collages – tasselli di colori, schizzi e frammenti, affiancati gli uni agli altri in seguito ad uno scoinvolgimento di quello che potrebbe apparire come il loro corretto ordine – , i cui primi esempi risalgono allo stesso periodo della sperimentazione improntale, segnano il collegamento tra quest’ultima e i Tableaux Dorés – tele ricoperte da sottili foglie d’oro –, che negli anni sono diventati la cifra distintiva della produzione dell’artista. Di queste “dorate scacchiere” – come le ha definite il poeta Raffaele Carrieri –, sono presenti in mostra una dozzina di esemplari. Le caselle, ripetute geometricamente identiche le une alle altre che, anche in questo caso, si stagliano su sfondi a tinta unita, sono inondate della brillantezza dell’oro, dando vita a degli insiemi che, sul piano estetico, risultano estremamente seducenti. Una variante dei Tableaux Dorés sono le Appropziazioni: opere nelle quali le stesse ripetizioni dorate fanno da sfondo ad un’immagine estrapolata, rubata, da un dipinto del passato; un pappagallo, una scena di caccia, un veliero, si immergono nell’oro e così Remo Bianco se ne appropria, giocando anche in questo caso sull’effetto sorpresa connaturato alla decontestualizzazione.
A chiudere la mostra sono otto dipinti che fanno parte della serie dell’Arte Elementare, in cui il tema della ritenzione del passato viene trasceso in direzione dell’immedesimazione con esso. Le figure si fanno infantili e in alcuni casi seguono, nei loro contorni, i quadretti dei fogli su cui sono disegnate, dando vita alla coincidenza di geometria e infanzia. L’orologio e la nave sono ritratti di lato, proprio come li farebbe un bambino, e sono delle sintesi di forme elementari: triangoli e rettangoli. Pur nell’estrema semplicità della figurazione, anche queste opere sono il prodotto di un’esigenza teorica precisa, infatti, ci dice Bianco stesso, « all’uomo immaturo che regredisce inconsapevolmente all’infanzia, si contrappone l’artista, l’uomo che consapevolmente sceglie di tornare a una condizione primigenia. Ludica non può essere la vita: ludico può essere solo l’atteggiamento di chi medita sulla vita ».
Questa mostra, oltre ad essere un esaustivo resoconto della carriera di un artista di estremo fascino, è anche un’ottima occasione per venire a contatto con delle opere che, pur nella loro unicità, sono i sintomi visibili di un periodo ed una città – Milano – che hanno segnato una vera e propria rivoluzione nell’arte italiana.
davvero molto interessante… Remo Bianco un vero artista
Sabato 19 giugno ore 18,00
inaugurazione
MAURO REA -QUASI UN’ANTOLOGICA
Le matrici creative e le forme dell’incompiuto
Museo Civico della media valle del liri
Sora (Fr)
dal 19 giugno al 4 luglio 2010
Un caro saluto a Davide.
Mauro
Sabato 19 giugno ore 18,00
inaugurazione
MAURO REA -QUASI UN’ANTOLOGICA
Le matrici creative e le forme dell’incompiuto
Museo Civico della media valle del liri
Sora (Fr)
dal 19 giugno al 4 luglio 2010
Catalogo di 120 pagine a colori edito da Treditre
con testi di M.Corradini, A.Masi,G.R.Manzoni, D.D.Poce, A.Picariello, D.Colantoni, S.Gabriele, T.Lorandi.
Un caro saluto a Davide.
Mauro