ALESSANDRO QUARANTA / DRIANT ZENELI

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Una doppia project room con le installazioni video di Alessandro Quaranta e Driant Zeneli apre un ciclo di appuntamenti che la galleria Martano intende dedicare alle ricerche di artisti italiani e stranieri delle nuove generazioni. Il progetto espositivo nasce in relazione alla storia quarantennale della galleria e alla sua costante vocazione alla produzione, raccolta e conservazione di documenti sull’arte, tra avanguardie storiche e neoavanguardie degli anni sessanta e settanta.

 

L’interesse per la parola – inscritta nell’opera, da essa generata o che ne accompagna la genesi – è uno dei principali indirizzi che percorrono la storia di questo spazio espositivo, e da cui nasce la mostra, affiancando ai lavori di Alessandro Quaranta e Driant Zeneli l’opera di Vincenzo Agnetti Frammento di tavola di Dario tradotto in tutte le lingue (1973) e il catalogo-opera Il segno portatile: 14 proposizioni, realizzato in occasione della personale del 1972 presso la galleria: “14 proposizioni sul linguaggio portatile, sulla parola trasmessa, ricevuta e resa tramite per una esemplificazione dell’antitempo… tempo che non scorre”. Se per Agnetti, con i 14 telegrammi dettati telefonicamente all’operatore e indirizzati a se stesso, “partenza e arrivo sono la stessa cosa”, nei video di Alessandro Quaranta e Driant Zeneli il tempo non si annulla ma, tra passato e presente, si crea una straniante quanto illusoria circolarità. Cambia l’ordine delle azioni, e le parole sono dapprima ricevute, poi trasmesse e rese tramite, rendendo centrale non solo la dimensione relazionale tra chi parla e chi ascolta, ma il ruolo della trasmissione, che per i due artisti avviene attraverso una serie di atti di “traduzione” e gli effetti di spostamento e risignificazione che essi producono.

In entrambi i video, realizzati nel 2007, la parola è il segno portatile, un lascito destinato a circolare, a cambiare lingua, a passare di mano in mano in un viaggio attraverso la storia del Novecento che incrocia la storia dell’arte, la produzione delle immagini e il loro significato e ruolo.

Nel video di Driant Zeneli When I grow up I want to be an artist, suo padre, ripreso di spalle, racconta il sogno giovanile di diventare artista mentre realizza il ritratto del figlio con la tecnica accademica della quadrettatura del soggetto. Lo stile è quello del realismo di propaganda con il quale aveva dipinto con successo per molti anni il volto del leader comunista albanese Enver Hoxha – l’idolo che amava disegnare fin da bambino – e, dopo il crollo del regime, aveva realizzato, con la stessa perizia, documenti falsi per l’espatrio. Nell’adottare il dispositivo retorico del documentario d’arte, con la tipica ripresa dell’artista che parla di sé mentre realizza un’opera, Zeneli infrange le regole sottraendo allo sguardo l’identità del soggetto. Nel dipanarsi del racconto biografico il sogno di diventare artista prende corpo, con il mutare della Storia e dei paradigmi culturali -la fine della guerra fredda, “il collasso economico, sociale, politico”, le migrazioni di massa degli anni novanta–, di fronte alla progressiva apparizione sulla tela del viso del figlio. È il suo ritratto a fare da tramite e a restituire lo sguardo all’obiettivo con la stessa positiva e rassicurante espressione di Hoxha, in un gioco di rispecchiamenti in cui autore e soggetto, vero e falso, arte e vita si avvicendano e sovrappongono. Nel porre al centro di questo lavoro l’arte e l’essere artista, Zeneli dischiude l’approccio autoriflessivo del concettuale su molteplici piani discorsivi -personale e collettivo, estetico e politico, occidentale ed extraoccidentale-, con un effetto caleidoscopico in cui entrano in risonanza, in nuove sequenze di senso, alcuni tra i principali temi della storia e dell’arte del XX secolo, quali il rapporto tra realtà e rappresentazione, l’autorialità, l’autonomia, la funzione sociale e politica dell’opera. Ceci n’est pas une pipe, affermava René Magritte, e se il tradimento delle immagini è innanzitutto un tradimento delle illusioni, la conclusione del video si offre come un atto di resistenza ironico, ambivalente quanto non pacificato.

Quelle montagne che mi impediscono di vedere, video inedito di Alessandro Quaranta, chiama in causa fin dal titolo la questione della visione, nell’intreccio tra realtà, memoria e immaginario. Le parole che ascoltiamo sono di un’anziana donna che racconta un episodio della sua giovinezza di emigrata, partita dalle valli piemontesi per andare “a servizio” di una famiglia in Provenza. La storia si condensa intorno a un breve momento della Seconda Guerra Mondiale quando, poco prima della dichiarazione di guerra alla Francia, la donna riceve una lettera che annuncia la malattia della madre. Le frontiere con l’Italia si chiudono e sarà un gioco di staffetta a creare il ponte che renderà possibile il passaggio di mano in mano delle parole, al di qua e al di là delle montagne. Con la stessa logica Quaranta sceglie di “affidarne” la traduzione visiva a un altro autore, un filmmaker, invitandolo a ripercorre quel viaggio verso la Francia e filmare liberamente i luoghi citati o evocati. Anche in questo caso la protagonista non si vede, se non in una breve apparizione in chiusura, ed è la sonorità della sua voce, nella lingua ibrida delle zone di confine, a creare il ritmo narrativo e a fornirne la temperatura emotiva, tra passaggi lungamente cadenzati su fondi neri e immagini: il cartello che segnala l’arrivo a Le Tholonet, il paese dove visse Paul Çezanne, la strada inquadrata dal parabrezza dell’auto, e poi gli alberi, il bacino d’acqua, il cielo. Sono tracce di un viaggio a ritroso nel tempo, di una “seconda memoria” dove, in assenza dei protagonisti, è il paesaggio a dominare la visione, anche qui per effetto di un lascito: i possenti profili della montagna Sainte- Victoire, su cui a lungo si posò lo sguardo di Çezanne, diventano la frontiera in cui si incrociano gli immaginari e trova luogo la storia.

dal 28 maggio al 30 giugno 2010
lun-sab h. 15 – 19; mattino su appuntamento
www.galleriamartano.it

Alessandro Quaranta è nato nel 1975 a Torino, dove attualmente vive e lavora. Nel suo lavoro ha indagato questioni legate all’identità, in particolare sulle comunità rom, e affrontato temi urgenti della società contemporanea attraverso un approccio aperto alla collaborazione e allo scambio. Ha tenuto mostre personali in gallerie private ed esposto in rassegne a carattere internazionale come la X Biennale di Lyon (2009), in musei, fondazioni e spazi non profit tra i quali, di recente, il Museo de Arte Contemporaneo di Caracas, in Venezuela (2009), DOCVA – Careof, Milano, nella mostra conclusiva del Corso Superiore di Arti Visive della Fondazione Ratti di Como, e Palazzo Barolo a Torino (2008).
Driant Zeneli è nato nel 1983 a Shkoder, in Albania, e vive e lavora tra Torino e Tirana. Utilizza principalmente fotografia e video come mezzi di documentazione di operazioni in cui spesso convivono, in modo programmatico, progetto e casualità. Ha esposto in diverse mostre personali e collettive in Italia e all’estero, in particolare al Museo d’Arte Contemporanea Villa Croce di Genova (2009), al Dada Museum di Tel Aviv in Israele (2008) e alla National Gallery of Tirana (2007). Nel 2010 è stato selezionato per il progetto d’arte pubblica situa.to, nell’ambito di Y-our Time – Turin European Young Capital, ha vinto il premio Young European Artist Trieste Contemporanea (2009) e l’Onufri International Contemporary Art Prize a Tirana (2008).

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