Going to sleep is something absolutely certain in life

 di Cesare Pietroiusti
“Quando ho visto per la prima volta Going to sleep is something absolutely certain in life di Paolo Pennuti (era una versione provvisoria che, se non ricordo male, aveva anche un diverso titolo) non sapevo di cosa si trattasse, ed ero più attento alla comprensione della tecnica usata e alla decifrazione delle strategie compositive che non alla individuazione del setting, o di una possibile tematica. Ad un certo punto la visione di un cartello divelto, il nome di una strada scritto in bianco su un tipico fondo verde ha improvvisamente fatto cambiare corso alla mia attenzione.

“Siamo in America”, ho pensato; e poi: “Ma come è possibile che in tutti gli Stati Uniti ci siano invariabilmente gli stessi cartelli che indicano i nomi delle strade… e che quell’innocua immagine sia talmente radicata nel nostro (per l’appunto) immaginario da provocare un tale riflesso condizionato? Chissà quante immagini innocue sono in agguato, già dentro di noi…”. Nonostante questo barlume di consapevolezza critica, mi sono comunque spostato subito nel luogo “reale” (!) che stavo vedendo nello schermo e ho pensato, più o meno “Ah, New Orleans… uragano… distruzione totale”. A quel punto, ovviamente, le gelide immagini del camera-car hanno assunto, come un riflesso condizionato, un forte connotato emotivo e, poco dopo, metaforico. Ed è una metafora densa, di grande peso anche politico, quella che parla della inevitabilità della fine di ogni potenza dominante. Che l’America (come ogni altro soggetto dotato di volontà) andrà a dormire, è qualcosa di assolutamente certo. Forse sta già avvenendo, forse è già avvenuto e facciamo ancora fatica a comprenderlo. Bene.
Ma io conosco Paolo abbastanza per sapere che per lui il punto non può essere soltanto questo. Conosco un po’ il suo lavoro anche precedente e successivo a questo video per sapere che quel che conta è soprattutto un paziente, sottile, certosino lavoro di costruzione (de-costruzione; ri-costruzione) dell’immagine, del testo, della narrazione; del linguaggio e, forse soprattutto, del rapporto fra un’opera e il pensiero, le modalità di interpretazione, i pregiudizi, di chi la guarda. Nel suo lavoro convivono una meticolosità quasi ossessiva nell’uso del mezzo e una geometrica attitudine sottrattiva rispetto ad ogni meccanismo di proiezione o di spettacolarizzazione nei confronti dell’osservatore. Mi è spesso sembrato, vedendo i suoi video, che ci fosse una inquietante estensione fra una attività “macchinica” di montaggio-smontaggio di sintagmi, frasi, effetti – unità di senso e di tecnica – nell’opera che stavo guardando, e il funzionamento del mio stesso cervello. Molto lontano dal coinvolgimento emotivo così tipico, da sempre, dell’immagine in movimento, dei proclami ideologici o della difesa delle giuste cause; più vicino, invece, a quello stato di sospensione indefinita e quasi di pericolo che caratterizza certi sogni ricorrenti dell’infanzia. Oppure anche alla disturbante sensazione che a volte si ha quando si parla con uno schizofrenico: quella che egli stia parlando con un tuo strato interno, quello – per dirla un po’ come Guattari e Deleuze – in cui il contenuto di un discorso fa tutt’uno con i meccanismi della macchina (parlante) che siamo”.e  x  t  r  a  s  p  a  z  i  o  
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