
a cura di Francesca Franco
La prima personale a Roma di Lapo Simeoni prende spunto da un oggetto “trovato”. Un’insegna pubblicitaria della Wind, la nota azienda di telecomunicazione che, dopo aver messo fine al monopolio della telefonia fissa in Italia (2001), dal 2006 è al centro di numerose controversie: quelle sollevate dalle associazioni dei consumatori….
per il mancato adempimento al Decreto Bersani (che tagliava i costi di ricarica); quelle dei 275 lavoratori esternalizzati nel 2007 e oggi tutti in cassa integrazione; quelle della Procura della Repubblica di Roma e della Guardia di Finanza, che indagano sulle tangenti pagate dal magnate egiziano della telefonia Sawiris per acquistare da Enel la quota di maggioranza della società. Un oggetto, dunque, che ci riporta nell’occhio stesso del ciclone Italia, proprio in questi giorni ridestato (si è mai sopito?) dallo scandalo internazionale Telecom-Fastweb sul riciclaggio tramite fatture false di denaro sporco, anche della ‘ndrangheta. Un’Italia dove lo slogan yuppie che aveva guidato globalmente la riorganizzazione capitalistica degli anni 90, ossia socializzare le perdite, privatizzare i guadagni, è diventato “costume nazionale”, come già aveva rivelato la contorta questione Alitalia di due anni fa, rievocata da Simeoni in Italian Breath – Last One del 2009, dove una linea sottile e multicolore disegna lo stato emotivo di una società votata da pochi furbi a una condizione perenne di emergenza. “Costume” del quale un recente serial TV sulla nascita della Banca d’Italia sembra quasi ripercorrere le radici storiche. Il problema è che il moltiplicarsi surreale di questi scandali con il loro infervorato tam tam di paginoni di giornale e dibattiti televisivi non solo non produce alcun cambiamento concreto, ma rischia di narcotizzare la sensibilità. Da questa riflessione parte la ricerca di Simeoni, non disposto a cedere in quanto alla capacità tutta umana di “sentire” il mondo che si muove attorno, anche se da questo spesso vorremmo poterci difendere con una certa dose di “sana indifferenza”. Ma estraniarsi, anestetizzarsi, far finta di niente o addirittura arrivare a pensare “tanto è normale” no, non si può. Se rinunciamo anche alla facoltà di comprendere e reagire, perderemmo la nostra capacità d’immaginare un mondo diverso e possibili alternative. E allora che fare? Resistere, con tutto il senso dell’ironia di cui siamo dotati davanti a slogan e manifestazioni di buone intenzioni utili solo a chi gestisce il potere, ossia i soldi e i mezzi per farli: dalle quote rosa alla difesa del valor patrio. Ecco allora a fare da corredo i dipinti:da quello ispirato al problema delle quote rosa, risolto “personalmente” dai nostri politici in buon nome del fantomatico mito del maschio italiano; a quello sugli scontri in piazza Navona a Roma del novembre 2008, con il Blocco studentesco armato di bastoni tricolori (agisce in nome del Popolo italiano?) e in assetto bellicoso neofascista, per rovinare l’immagina di una manifestazione civile di dissenso contro la riforma Gelmini. Eppure in questa ricreazione della nostra quotidiana Gomorra Simeoni sa salvaguardare la possibilità di un imprevisto, e in quella figura di ragazzo che in mutande e scarpe da ginnastica s’incammina voltandoci le spalle, sospende il discorso nella vaghezza di una scena vuota che non è il nulla: ha il corpo caldo della pittura, la luminescenza di un universo trapunto di stelle, la ricreazione sottile di un sogno in stato di veglia. La stessa che ha portato l’artista a trasformare di senso una scena dell’omonimo film di Matteo Garrone.
Vernissage venerdì 5 marzo dalle ore 18.30
GALLERIA ALTRI LAVORI IN CORSO
5 MARZO – 9 APRILE 2010
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la mattina per appuntamento
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