Fotografando: dalla Mec art al digitale

gabriele_basilico_beirut_1991_stampa_digitale_ai_pigmenti_cm_100×130_courtesy_galleria_elleni-bergamo.jpg

a cura di Luca Cordoni
Inaugurare una biblioteca dall’aspetto avveniristico dalla struttura in metallo e vetro, con una mostra fotografica di grande richiamo, non può che essere un augurio di lunga e felice vita per un istituto culturale. Siamo a Nembro, comune popoloso della Bassa Valle Seriana, in provincia di Bergamo.
Il curatore Francesco Lussana ha ripercorso il filo della storia recente della fotografia dagli anni Sessanta fino ad oggi, concentrando l’attenzione sulla resa meccanica dell’immagine e sul carattere squisitamente tecnico dei risultati artistici.

Pierre Restany, già mentore del Nouveau Réalisme, fu l’iniziatore del movimento della Mec art (Mechanical art), che nacque ufficialmente a Parigi nel 1965.
A onor del vero, già nel 1963, l’artista pisano Gianni Bertini, uno tra i firmatari del manifesto del 65, realizza le prime opere su tela sensibilizzata, insieme a numerosi altri artisti residenti nella capitale francese, da Rotella a Béguier, da Nikos a Jacquet. I ruggenti anni Sessanta – Settanta sono quindi il punto di partenza della ricerca antologica ben condotta dal curatore indipendente bergamasco. Parigi è il luogo in cui era possibile respirare a pieni polmoni le fervide intersezioni tra il Nouveau Réalisme e le coeve ricerche del new dada statunitense.
Anni e location quelli, in cui la Mec art trovò nella cultura Pop un terreno fertile a cui potere ispirarsi in un primo momento, ma da cui sarebbe stato necessario differenziarsi. Ecco allora riunirsi nel movimento dell’Arte Meccanica un gruppo di artisti di derivazione New Dada e di matrice nouveaurealista, che sviluppò una figurazione artistica basata sul riporto fotografico e sull’assemblaggio di immagini desunte dall’immaginario quotidiano.
Essendo stata Parigi il fulcro nevralgico per il movimento, un accenno al confronto con il più noto e strutturato movimento del Nouveau Réalisme sembra necessario. Rispetto a questo, con il quale ha in comune l’impiego di materiali “poveri”, di uso comune, prelevati dalla realtà quotidiana, la Mec art si caratterizza per un maggior spazio lasciato all’azione puramente meccanica dei mezzi utilizzati per la realizzazione dell’immagine, nell’ottica di una maggior spersonalizzazione del prodotto finale. Presentandosi poi l’estetica della Mec art come risposta europea rispetto alla Pop americana, non si affidava alla sola ripetizione dell’immagine tratta dai media, ma a una sua risemantizzazione mediante accostamenti insoliti e, in alcuni casi, fotomontaggi. La novità tecnica che sta alla base della Mec art è la stampa della foto su tela anziché su pellicola. Ciò è possibile applicando sulla tela un gel che rende il materiale fotosensibile e consente la riproduzione di immagini su formati anche molto grandi.maurizio_buscarino_teresa_borromeo_la_cage_di_yves_lebreton_theatre_de_larbre_parigi_1979.jpg

I protagonisti della tela emulsionata che aprono il percorso espositivo sono Gianni Bertini, Bruno Di Bello, Elio Mariani, Mimmo Rotella e il compianto Aldo Tagliaferro.
L’opera che meglio rappresenta la poetica di Bertini è Ci guardano, del 1977: un manichino senza volto, vestito con carta da giornale viola, sta in posa tra le foto di due bambini dei quali si vede solo il viso. Il richiamo all’ influenza pop è qui molto chiaro.
Bruno Di Bello è presente con Variazione su Paul Klee del 1969, esercizio di stile nella scomposizione del viso, che testimonia la sua passione per la rilettura delle opere dei protagonisti delle maggiori avanguardie artistiche.
Ricorda la ricerca costruttivista dell’artista russo Rodčenko la foto Help, celebre opera di Elio Mariani che testimonia l’impegno dell’artista milanese negli anni della contestazione e della guerra. Anche le altre opere dell’artista ritraggono immagini senza testo, che rivelano la sua provenienza dalla pittura.
Una macchina che corre, dal cui abitacolo privo di guidatore si vede attraversare una coppia, sullo sfondo di una grande piazza. Il titolo dell’opera di Mimmo Rotella parla chiaro: Fai attenzione. È interessante notare nel gioco di collage e de collage operato dall’artista, la volontà di rendere lo spettatore partecipe della scena, mettendolo al volante, ma mostrandogli anche il parafango anteriore della vettura.
Da sempre interessato alle possibilità di documentazione sociale che la fotografia consente, Aldo Tagliaferro ha scandagliato con il suo obbiettivo i rapporti umani, le percezioni-reazioni che gli uomini hanno di fronte alla vita. La memoria del passato è il soggetto protagonista di Memoria e memoria mnemonica, opera del 1973. Si tratta di un dittico, che mette bene il luce la differenza tra un ricordo sbiadito a causa del tempo e un ricordo ancora vivido grazie alla forza dei sentimenti; il soggetto è lo stesso: un padre elegantemente vestito tiene per mano suo figlio.
Il percorso continua con un gruppo di artisti italiani considerati i maggiori rappresentanti della fotografia italiana contemporanea. Proseguendo idealmente il divenire cronologico è ora il turno di un autore, i cui scatti hanno qualcosa di magico. Mario Giacomelli ha sviluppato la sua ricerca in polemica con la prevalente funzione documentaristica della fotografia degli anni Sessanta. Le sue quattro opere presenti in mostra, privilegiano infatti il versante lirico: ritraggono tematiche esistenziali come la vecchiaia, la passione giovanile, la malattia e la vita degli umili. Si prenda a paradigma dell’intensità della sua vocazione artistica lo scatto Un uomo una donna un amore del 1960, che ritrae in un prato due giovani amanti colti in un momento di intimità. Il contrasto tra i toni bianchi e quelli neri e la salda impaginazione delle immagini, unita alla sfocatura dell’orizzonte, portano ad una trasfigurazione interiore della mera registrazione visiva.
Cavalcando un approccio simile a quello di Giacomelli, Luigi Ghirri, si forma come autodidatta, guardando ai grandi maestri della fotografia. Dopo le prime sperimentazioni concettuali, negli anni Ottanta rivolge la propria attenzione al paesaggio e alle architetture italiane, forzandone la dimensione immaginativa ed emotiva. Nelle sue vedute si palesa la riflessione sul valore ambiguo dell’immagine fotografica, che viene volutamente allontanata dai tradizionali stereotipi visivi, caratterizzati da una grande armonia cromatica.
A rappresentare una tappa dell’evoluzione artistica del fotografo napoletano Mimmo Jodice, è presente il polittico Mediterraneo: Atleti della villa dei Papiri, ciclo del 1986. L’ambientazione un cui Jodice realizza i suoi scatti d’autore è il Museo Archeologico di Capodimonte a Napoli. La sapiente regia fotografica del campo visivo, consente al suo reportage di non essere solo documentaristico, ma anzi conferisce alle statue del museo un forte dinamismo e una intensa caratterizzazione psicologica, senza abbandonarsi ad una vena retorica.
“Le fotografie, per me, sono la passione dello sguardo, una possibilità di contatto”. Queste sono alcune delle parole che il bergamasco Maurizio Buscarino affida al testo pubblicato in occasione della mostra presa in esame. Avendo partecipato ad una serata in cui l’artista presentava al pubblico il suo libro “La giornata libera di un fotografo”, ho avuto l’impressione di trovarmi di fronte ad un uomo speciale per la ricchezza dei contenuti morali e delle esperienze vissute, per la pacatezza dei toni e la saggezza derivante dall’incontro con molti tipi di carattere umano. Del suo archivio fotografico, ricco di 600.000 fotogrammi, sono presenti in mostra tre scatti teatrali che hanno legato indissolubilmente la sua figura al pittore, scenografo e regista teatrale polacco Tadeusz Kantor. Queste immagini in bianco e nero ci suggeriscono che il teatro contemporaneo, con i suoi toni spesso drammatici, racconta una rappresentazione possibile del mondo.
Altro indiscusso protagonista del reportage fotografico, presente in mostra è il milanese Gabriele Basilico, con le sue immagini della martoriata Beirut. Invitato dalla scrittrice libanese Dominique Eddé a documentare quello che era lo stato della città nel 1991 dopo quindici anni di guerra, Basilico affida al suo approccio fotografico rispettoso della tragedia, una riflessione sul tema dell’identità urbana, qui violata. Le tre foto di grandi dimensioni possiedono una grande forza comunicativa, che lascia parlare direttamente il vuoto, il nulla, dando vita ad una paradossale poetica di bellezza tragica.
Della vasta e variegata produzione di Mario Cresci, sono offerti in mostra tre scatti delle serie Disincanto, del 2002. Cresci tra i fotografi in mostra è forse l’autore che investe di più sulla resa concettuale delle immagini e sul loro valore simbolico. Le tre stampe lambda su alluminio indagano la labilità della percezione visiva. Un porta telefono cellulare a forma di poltrona, ospita un oggetti di plastica: un rettile, un pesciolino e un succhiotto per bambini inserito in una dentiera. L’allusione possibile è figlia dell’approccio antropologico che sempre ha caratterizzato il lavoro di questo artista poliedrico. Qui l’attenzione va a quegli oggetti di uso quotidiano che forse una vera ragione di esistenza non ce l’hanno e che egli eleva ad arte grazie a macroingrandimenti e ad una resa coloristica molto accesa.
È lecito chiedersi se gli scatti dei grattacieli di Los Angeles ad opera di Franco Fontana siano dei quadri o delle foto. L’accostamento di colori monocromi ricorda la tavolozza di Mondrian; la perfezione delle forme dei palazzi conferisce alle sue opere una resa fortemente astratta.
L’arrivo della tecnologia digitale applicata alla fotografia è il punto di arrivo di questo viaggio. Gian Paolo Tomasi è un’artista che dopo anni passati in camera oscura a modificare le immagini con sostanze spesso dannose per la salute, ha accolto con entusiasmo l’arrivo del digitale, a suo avviso, vero e proprio strumento di democratizzazione del gusto. Le sue opere sono caratterizzate dalla perfezione formale, ottenuta attraverso la manipolazione di numerose immagini. Ho visto cambiare la bandiera, opera del 2007, realizza un sogno ancestrale dell’uomo: unire diversi pezzi di mondo in una sola immagine e poterla vivere. Ecco creata una grande piazza con i portici di Piazza San Marco a Venezia, al cui centro spicca la bandiera della Ferrari e una vettura del Cavallino. In secondo piano la cupola del Brunelleschi e a sinistra la torre di Piazza del Campo a Siena. Sullo sfondo le montagne.
Chiude il ciclo Matteo Basilè, artista romano che fa della ricerca delle icone che popolano il web un attento lavoro di regia delle immagini. Le tre foto in mostra sono dedicate al ritratto quasi – umano. È geniale già il titolo dell’opera del 2006 If you had to look down from heaven all the time, you’d want people’s hair to look good, too. Protagonista è una signora dalle fattezze molto morbide che addenta un gomitolo di filo che cadendo su di lei crea degli arabeschi molto eleganti. Un corvo sulla gamba sinistra, forse affamato, rovina la sensazione di perfezione formale precedente. A dare senso e titolo all’opera è però il mastodontico copricapo blu, che rende questa venera degna di Botero molto cool.

Fotografando
dalla Mec art al digitale
BIBLIOTECA CENTRO CULTURA di Nembro(BG)
8 novembre 2008 – 10 gennaio 2009
biblioteca@nembro.net

Lascia un Commento