
a cura di Luca Cordoni
Si è da poco conclusa la prima mostra collettiva ospitata alla Traffic Gallery di Bergamo che ha visto protagoniste le opere di sette giovani artisti di grande talento, reduci dalle rassegne d’arte contemporanea più vivaci a livello italiano ed europeo. Il nucleo nevralgico intorno a cui dialogano le opere degli artisti, è l’amplificazione e l’ambivalenza di significato che il reale assume in base al punto di vista da cui lo si osserva.
La saggezza del progetto sta nell’attualizzare uno sforzo di riflessione che risale ai tempi della polis greca, ma che l’uso intensivo della tecnologia odierna concorre ad alimentare. Il Platone dei dialoghi della maturità, ha infatti a lungo dibattuto sul rapporto gnoseologico ed ontologico esistente tra la trascendenza della perfezione delle idee e la mutevolezza del divenire proprio del reale.
Pare, egli sostiene, che l’anima sia a noi preesistente e che abbia una sorta di imprinting nell’attribuzione di significato e senso alle cose. Essa avrebbe infatti contemplato la perfezione delle idee nell’Iperuranio, (non-luogo metafisico usato in modo pretestuoso dalla religione per giustificare l’esistenza del Paradiso).

La sua successiva caduta ed incarnazione nella fisicità di un corpo, ha consentito all’uomo di avvicinarsi all’In Sé delle cose in modo parziale e miope. Gli oggetti risultano così essere una copia sbiadita del modello a cui fanno riferimento. Avrebbero in sé solo una percentuale variabile dell’essenza dell’idea, che l’anima può ora solo ricordare in modo sbiadito, grazie al principio di imitazione.
Le opere presenti in mostra riflettono sul concetto di identità alterata ed alterabile, sulla relatività del punto di vista, sulla possibilità di attribuire nuovi significati a quanto già è stato detto o scritto: quindi ai nomi, alle immagini, alle parole, ai luoghi, ai corpi, alle scelte e all’uso. Il titolo della mostra esprime bene quanto sopraccitato: AKA, è l’acronimo di “also know as”, italianizzato in “conosciuto anche come”. Ogni artista a suo modo, crea delle opere che sono il frutto di un riediting di quanto hanno visto o vissuto, in linea con una volontà di prendere le distanze non solo dal principio di autorità ma dalla stessa paternità artistica.
Christian Rainer è un artista onirico, che esprime la sua visione estetica ricca di mistero anche in musica, con un timbro vocale che tanto ricorda le atmosfere mistiche di Nick Cave. Egli presenta in mostra “24 Giugno”, un dipinto che copia fedelmente le dimensioni e la tecnica del quadro del Beato Angelico “L’imposizione del nome del Battista” del 1434. L’artista che insieme a Karin Andersen ha di recente partecipato alla Biennale di Praga TINA B, propone qui una riflessione sulla pittura come arte funzionale al concetto: in questo caso l’incipit dell’attribuzione dei nomi, attraverso il battesimo di Giovanni Battista, colui che battezzerà Cristo. La storia narra che Zaccaria, reso muto per non avere creduto all’annuncio dell’imminente nascita del Battista, fu costretto dal destino a scrivere il nome del nascituro su una pergamena, tramandando così nel tempo la tradizione della nomenclatura. L’artista vede proprio in questa scena un momento fondante per la storia umana; ecco allora che sottrae da essa tutti i personaggi che la caratterizzano, lasciando come unico protagonista il solo paesaggio, che non vuole rappresentare un luogo preesistente all’uomo (ne è testimonianza la presenza delle architetture), ma il Mondo al posto del nome. Il titolo dell’opera “24 Giugno”, ricorda che del Battista la tradizione ricorda, caso rarissimo, la data di nascita anziché quella della morte. Accompagna il titolo una scritta in ebraico che significa estinzione: quella del genere umano a cui l’opera vuole alludere.
Beauty, è il titolo dell’opera di Cosimo Terlizzi ed è l’ultimo episodio della serie “Via senzanome, casa senza numero”, progetto video che vede l’artista impegnato ogni anno a raccontare in riprese di pochi minuti, i cambiamenti della sua Bitonto e dei parenti che lì vivono, crescono ed invecchiano. Questa è la volta per Cosimo dell’omaggio al fiorire della bellezza adolescenziale della cugina. Il video restituisce bene questo senso di transizione di lei che sedicenne, inizia a truccarsi e a capacitarsi della propria beltà. Il tutto è contestualizzato in un paesaggio che ha ceduto il passo all’assenza di identità: è quello dei campi brulli e dell’asfalto che ha rubato lo spazio alla terra. È significativo il momento in cui la bellezza della cugina si confronta con l’azione pur necessaria del portar fuori casa la spazzatura. Il vissuto dell’artista è rappresentato attraverso il filtro della vita altrui, i cortili un tempo aperti al gioco e all’incontro libero vengono chiusi da cancelli che ribadiscono il senso della proprietà. I loro difensori sono i cani che dietro abbaiano, non sapendo cosa difendere se non il nulla.
L’artista Nark Bkb, propone in Galleria le foto di due interventi artistici di carattere pubblico, installati nelle palestre di due prestigiose scuole superiori di Bergamo: il liceo classico Paolo Sarpi e il liceo scientifico Lorenzo Mascheroni. Il progetto si chiama “Safety First”: Sicurezza innanzitutto. Il monito a cui questo slogan fa riferimento è tratto dalle draghe dei cantieri navali ed in genere dai luoghi di lavoro più esposti al rischio di incidente. L’artista, dimostra di cavalcare la realtà dei nostri giorni, in cui l’allarmismo mediatico invita la società civile e il mondo del lavoro ad una maggiore attenzione e rispetto delle regole sulla sicurezza, anche a seguito di recenti fatti di cronaca. L’artista, lungi dal volere esprimere un giudizio condizionante, preferisce decontestualizzare il messaggio e posizionarlo nel luogo scolastico deputato alla sperimentazione delle proprie capacità fisiche: la palestra, lì dove è possibile cercare il limite. Se è possibile trarre un insegnamento da quest’opera, la riflessione che sorge spontanea è: Vale davvero la pena usare in modo pretestuoso un messaggio legittimo, per imbalsamare l’apertura verso il nuovo, lo straniero, il diverso e la sperimentazione? L’artista ha proposto nel mese di Gennaio un confronto con gli studenti delle due scuole per discutere e rilevare l’effetto sortito dall’installazione.
Karin Andersen, porta alla Traffic due foto che la vedono ritratta a Lipsia, in Germania, in un appezzamento di terra, che viene affittato a chi voglia fare del giardinaggio. Queste zone dal pollice verde a pagamento, piuttosto diffuse a quelle latitudini, finiscono spesso per rimanere abbandonate e a diventare dei non-luoghi. Il personaggio che esce trionfante dal sottosuolo, appare un eroe maldestro ed antropomorfo, che cerca una nuova identità in un luogo che di fatto ne è privo. Karin lavora spesso nelle sue opere sul trasformismo, alla ricerca forse di un riscatto personale o della volontà di affermare nuove possibilità di esistenza non ancora conosciute. Ecco allora tornare il concetto di pseudonimo, di avatar, di autorialità dell’artista che sembra essere meno forte di una volta.
Romano Baratta, lighting designer di professione, presenta architecture for ants, la terza di una serie di abitazioni per formiche, calibrata sulle esigenze di vita di animali piccoli ma molto esigenti. La struttura in cemento e plastica accoglie in una provetta la formica regina che darà vita alla progenie, che qui dovrebbe abitare. Si tratta di un lavoro di riflessione sul senso dell’architettura, sul concetto di luminosità e funzionalità del progetto. Le formiche sanno essere molto selettive nella scelta della propria dimora, non esitando a cambiarla nel caso di una cattiva funzionalità e non hanno rapporto con altre strutture se non quella dove risiedono.
L’architettura non è vista solo come una copertura dalle intemperie, ma soprattutto come una struttura abitativa che permetta una vita confortevole ai suoi residenti. Al piano terra troviamo tre camere che verranno probabilmente utilizzate come deposito per le provviste, mentre al primo piano c’è uno spazio libero. L’importanza della luce naturale è rappresentata dall’apertura superiore inclinata di 45 gradi ad est per permette alla sole che nasce di entrare fin dall’alba. Il cibo viene qui fornito dall’artista stesso e consiste nell’ovatta intrisa di zucchero ed acqua. Romano ci invita a riflettere su un possibile ritorno alle basi, agli elementi primari dell’architettura.
Da sempre interessato all’ambivalenza e alla forza delle immagini, Luca Vannulli ha iniziato il suo percorso di decontestualizzazione, curiosando nei bagni degli autogrill, sui cui muri campeggiano scritte più o meno oscene, messaggi espliciti, accomunati dalla volontà di comunicare. La sua opera consiste in tre quadretti mocromi, che recano scritti degli acrostici. Sono parole che danno origine ad altre parole, secondo la sensibilità dell’artista. Si tratta di parole prese da siti pornografici che rappresentano a loro modo degli stralci di dialogo e di relazione cercati tra persone e coppie che si accusano a vicenda per la fine di una rapporto sentimentale. Sono frasi immediate, fortemente espressive, che si incrociano le une con le altre grazie alla disposizione a croce dei pannelli. Luca, da sempre affascinato dall’uso della parola e delle sue possibili alterazioni, gioca proprio sulla capacità combinatoria delle lettere per esprimere dei significati nuovi, diversi.
Chiude idealmente il percorso allestito in mostra l’artista di matrice relazionale Clara Luiselli. La sua opera, nasce come itinerante, ma per l’occasione è stata ancorata al soffitto. Si chiama Remix – Miscelatore di identità. Si tratta di una specie di scafandro in caolino, pensato con due oblò affinché due persone ci guardino dentro. La struttura portante è cablata da cavi a cui sono legati dei led che permettono la visione delle immagini. All’interno si trova un Gobos, un disco in vetro che serve per proiettare immagini, in questo caso nei due colori complementari rosso e verde. La prima delle due persone vedrà solo il proprio volto riflesso in verde su uno sfondo rosso; quando la seconda si avvicinerà, i due volti si sovrapporranno, creando un’immagine indistinta in cui è difficile riconoscersi. La riflessione di Clara è affidata alla volontà di incontrare l’altro senza avere paura di perdere la propria identità, cercando anzi di perdersi nell’altro, alla ricerca di una relazione possibile e realizzabile. L’opera verrà usata a breve dall’artista per creare delle performance itineranti in cui le persone avranno modo di conoscersi e chi lo sa.. forse di perdersi.