
di Luca Cordoni
Il revisionismo del tris biblico pensiero, parola, azione, è stato da qualche anno finalmente sdoganato. Esso non è più appannaggio dei soli detrattori-benpensanti, che abbandonano la strada vecchia perché hanno visto la luce della verità in una nuova teoria politica, scientifica, storica o artistica. Lo sanno tutti ormai che l’arte di governare la società può risultare tremendamente didascalica.
Perché io cittadino comune dovrei pormi domande, mettere in dubbio le mie incrollabili certezze, fare ciò che è giusto piuttosto che ciò che mi è utile? Perché dovrei perseguire questa strada da santone indù, se chi mi rappresenta dice parole che in sé sono chiare, ma che nel giro di un’alternanza luna-sole cambiano di significato o addirittura pare che non siano neppure state mai pronunciate, in barba a chi di mestiere ascolta e scrive nero su bianco parole spesso vuote?
Allora ecco che l’arte e gli artisti che hanno intenzione di essere “contemporanei” a cavallo tra il 2009 e il 2010, senza dimostrare velleità politiche, offrono a chi abbia voglia di capire, mettersi in discussione, aprirsi agli altri, delle chiavi di lettura per comprendere il presente, il passato e pensare con uno sguardo rivolto al futuro.
La mostra si intitola Mobile Pin-Up, gli artisti sono Cuoghi Corsello, la città che ospita il tutto è Modena. La sala al primo piano della Galleria Betta Frigieri, accoglie nel mezzo una scultura di legno alta quasi due metri che dà il nome alla mostra. Rappresenta uno dei tanti gesti, il cui significato errato si è ormai sedimentato nella mente di molti. In questo caso in quella dei metallari, che oggi di lungo portano solo i capelli attaccati alla nuca. Immaginiamo una grande mano con aperti il mignolo, l’indice e il pollice. Questo simbolo ampiamente usato nei concerti di musica metallica, per dimostrare l’apprezzamento della performance e sentirsi inclusi in una comunità omogenea e compatta di “duri e crudi”, in realtà è copia di una posizione delle mani (i mudra), che nell’universo simbolico indiano significa “vi amo tutti”. Alterazioni di significato dunque, piccoli o immensi errori di valutazione. Questo è l’insegnamento che si potrebbe portare a casa dopo questa visita. Intorno alla Peace & Love sculpture, sulle pareti, sono disposte delle fotografie di donne stampate su formelle di ceramica. Erotismo, voyeurismo, protagonismo? Non si sa. Certamente, l’idea-radice del pensiero di Monica Cuoghi è molto interessante ed apre scenari nuovi, soprattutto nell’ambito della net-art. Tutt’oggi, l’artista, aggiorna costantemente il suo profilo Facebook con foto tratte da un sito pornografico, poi rielaborate con il programma Illustrator, che le consente di costruire immagini vettoriali che diventano disegni, ai quali è stata tolta quella carica erotico-sessuale che sul web le sostanziava dal punto di vista ontologico. L’interesse dell’operazione, oltre che estetico è di carattere metodologico-operativo. Il web non è solo un enorme contenitore in cui l’utente opera un semplice input/output di dati e contenuti. Il duo artistico dimostra che dalla rete si possono estrapolare dati ai quali vengono conferite tante vite e sfaccettature di senso sempre diverse. Quindi Internet si può usare come un immenso bacino di meaning-way, piuttosto che come asettico contenitore di dati da condividere. Nelle immagini delle Pin-Up, si è passati dall’inconsistenza di immagini virtuali che forse non avrebbero vissuto molto a lungo, poiché eteree e simili a molte altre, a crearne delle nuove che vivono su un supporto longevo come la ceramica e che dimostrano un’attenta riflessione compiuta sui materiali. Al piano inferiore termina la visita alle nuove opere del duo artistico bolognese. Si tratta di un’istallazione al neon che traduce l’intelligenza e il forte connubio che vita e arte rappresentano per la coppia. Lei, Monica, pratica la filosofia yoga ad un livello piuttosto alto ed è quindi in grado di meditare al punto da focalizzare il “terzo occhio” in mezzo alla fronte. Questa capacità di passare “meta ta fusicà” (oltre le cose fisiche), le consente in seguito di percepire concretamente un gusto sul palato. Da qui la nascita dell’installazione luminosa, che forse si chiamerà “Lingua”, non è ancora sicuro. L’installazione iniziale, prima che si rompesse, era più figurativa di quella attualmente presente in mostra. Ricordava i primi lavori degli artisti, poiché era più simile ad un graffito trasformato in un neon. L’opera rappresenta un’altra evoluzione artistica verso l’immateriale: essa ritrae due occhi che accolgono il visitatore in uno spazio buio, spiazzandolo. Di fatto, questi occhi osservano chi è sceso al piano inferiore proprio per guardare l’opera e si fanno vettori del significato trascendentale del sapore che da questi cade sulla lingua.