a cura di Luca Cordoni
Comprare un operaio non costa nulla, basta far balenare alla nobiltà del suo cuore un riconoscimento di nobiltà: è buon figlio, è buon padre e vuole, disperato, anche lui essere spirito, far parte lui dei festini di chi non vive di solo pane. Pasolini, dal film La rabbia, 1963
La coraggiosa vicenda degli operai dell’ultima fabbrica rimasta all’interno di Milano città, decisi a continuare a dare un futuro alla propria professione e alle loro famiglie, è salita a buon diritto alle cronache dell’informazione nazionale, accompagnando i caldi giorni pre-ferragostani di chi un lavoro ce l’ha o ce l’aveva. Si è da poco concluso presso la Basilica di Santa Maria Maggiore di Bergamo, negli spazi del matroneo e del sottotetto, l’allestimento della mostra Pane di domani, dedicata dal curatori Mauro e Giuliano Zanchi all’artista bergamasco Ezio Tribbia, un eccentrico panettiere classe 1960, che da una quindicina d’anni ha intrapreso la strada della creazione artistica, parallelamente al suo attuale lavoro in pizzeria.
Farina, acqua, sale, lievito e olio sono stati gli strumenti del lavoro che per decenni, ha condensato nel gesto notturno della panificazione della famiglia di Ezio, la grandezza di una tradizione che si perde nella notte dei tempi, ma di cui si avrà forse sempre bisogno. Un mestiere semplice ma faticoso, che si fa quando molti lavoratori vanno a dormire, consci che il ciclo di produzione del pane non si fermerà e la mattina successiva sarà fresco come sempre. I curatori hanno per la seconda volta reso disponibili i suggestivi spazi superiori della Basilica ad un artista che proviene dal mondo del lavoro manuale. Ezio è infatti un panificatore da quattro generazioni che si è reso conto che il limite tra vita e arte è spesso labile. Il pane è per lui strumento di lavoro ed anche mezzo di ispirazione: non per nulla la religione cristiana lo ha elevato a rappresentare la corporeità di Cristo; esso è quindi fonte di nutrimento fisico e spirituale, segno del dono e della condivisione.
Visitando la mostra, si è accompagnati da un profumo di pane tostato e liquirizia, che proviene dai teli di cotone che l’artista ha utilizzato per fare lievitare le palline di pane e che ha poi stirato e modificato nei colori e nelle forme. Al piano terra, di fronte ad affreschi del 1370, un grande telo della lunghezza di circa otto metri, conduce lo sguardo a superare l’attigua scala a chiocciola. Pare essere un asse cosmico ricoperto di macchie profumate, che unisce idealmente la terra al cielo. Passando attraverso una scala stretta che conduce al matroneo, ecco manifestarsi una serie di teli giallastri disposti verticalmente a ferro di cavallo. Il loro susseguirsi in modo ripetitivo e circolare permette di concentrare lo sguardo sull’insieme piuttosto che sul singolo pezzo. Le piccole differenze tra questi sono date dalle sfumature delle muffe prodotte dal vapore acqueo, dalle stropicciature e dalla fuliggine lasciata dall’olio durante la cottura delle palline di pane. La bellezza dei teli, simili a dei sudari, sta soprattutto nell’indicare l’importanza di ciò che non c’è, sono quindi i negativi di un processo seriale che ha in sé qualcosa di sacro. L’intelligente, nonché preparato curatore Mauro Zanchi, ha condiviso insieme all’artista ciò che ci può essere dietro al piacere del fare e all’odore del pane, individuando nel film-documentario La Rabbia di Pasolini del 1963, una fonte di ispirazione e riflessione interessante. Il grande osservatore emiliano dell’Italia degli anni Settanta, passando in rassegna i fatti di Ungheria del 1956, del Congo del 1961, di Cuba del 1960-61, le vicende della classe operaia e molto altro ancora, legge come negativi i mutamenti a cui il Mondo sta cedendo il passo. Pier Paolo crede che lo spirito sia il retaggio del mondo contadino e artigianale e che la tradizione vada salvaguardata nella sapienza dei gesti antichi, proprio come quelli che ispirano le mani del buon Ezio. Nell’agile catalogo della mostra, il curatore Mauro Zanchi ricorda che il pane è più antico della scrittura: “Nasce dalla pietra e dalla cenere ed è intimamente legato all’uomo, come in un rito di legatura archetipale”. La mostra dotata di un alfabeto semantico minimale, parla dunque piano agli occhi e agli olfatti dei visitatori, nel solco di un neo-pasolinismo che “si augura un ritorno all’antica innocenza, per contrastare le certezze a buon mercato e la volgarità piccolo-borghese, poiché non avvenga l’annullamento dell’identità personale a favore dell’identificazione con la maggioranza” (Mauro Zanchi, catalogo mostra di Ezio Tribbia, Pane di domani, Lubrina Editore, 2009).
BASILICA SANTA MARIA MAGGIORE
Ezio Tribbia – Pane di domani
Bergamo
Piazza Duomo (24129)
Curatori: Mauro Zanchi, Giuliano Zanchi
email: maurozanchi@yahoo.it
editore: Lubrina