
di Luca Cordoni
Ferrario Freres è il nome di un gruppo di creativi formatosi a metà degli anni Novanta, che pone alla base della propria riflessione artistica il concetto di fluidità, intesa come superamento dei confini-limite quali ad esempio la materia e il corpo. La Basilica di Santa Maria Maggiore in Bergamo, giunta ormai alla sua terza fatica espositiva, ospita negli antichi spazi del matroneo e del sottotetto alcune piccole fotografie in bianco e nero di sapore allucinato o preraffaellita.
Queste invitano il visitatore a chiedersi se il confine tra la realtà e la trascendenza sia rappresentato davvero da quel solco rassicurante che il metodo scientifico e l’approccio rinascimentale-umanistico hanno scritto nel grande libro della storia umana. Nella parte superiore delle foto, delle presenze di uomo e donna archetipali sembrano librarsi leggere nel cielo, che sembra essere diventato un’immagine ossessiva per l’artista. Nella parte inferiore si staglia la concretezza delle fotografie di paesaggio della provincia orobica. La riflessione sul senso altro delle cose nasce dalla perdita del padre da parte di uno degli artisti, a cui inizialmente questo non vuole arrendersi: particolarmente toccanti le sue parole durante l’intervista: “Gli ho messo una mano sul petto con l’obiettivo di attraversarlo”. L’impossibilità di ritornare in possesso del legame antico che il trapasso della carne aveva interrotto con tale durezza, porta l’artista a voler osservare le piccole oscillazioni di significato delle cose, per diventare egli stesso un’essenza fluida e panteistica. Ecco spiegato il senso del titolo della mostra: offrire delle immagini alterate dalla lente di Fresnel, che indaghino la storia occidentale secondo una prospettiva ribaltata: dalla O(omega) alla A(alfa). Il progetto della mostra si divide in tre parti coerentemente unite nel bellissimo spazio superiore della Basilica. Salendo i gradini, si giunge al primo piano di questo riuscito tentativo di elevazione dello spirito: il matroneo accoglie la proiezione del video, pensato come variazione semantica delle fotografie esposte nel sottotetto. Le figure umane restano fisse in un paesaggio che muta secondo il ritmo dell’alternanza del giorno e della notte. Nel sottotetto le fotografie, punto di partenza per il video, sono raccolte in senso circolare sulle pareti ed offrono un caleidoscopio di ambienti conosciuti e reali che accolgono dei corpi nudi simili per iconografia ad Adamo ed Eva. Anche alcuni simboli della cristianità sono presenti nelle foto, come il pellicano, il corallo e ad altri animali. Il percorso si conclude grandiosamente con l’istallazione nella cupola della Basilica: due fasci di luce disegnano con l’ausilio del vapore una grande croce che tocca i quattro lati del tiburio e che segna il confine tra ciò che è visibile è ciò che pare non esserlo.