Il rumore dei tuoi occhi larghi

copertina BOCCIERO F 

Il rumore dei tuoi occhi larghi è il primo romanzo di Francesco Bocciero, uno speaker radiofonico che si cimenta nella scrittura di racconti e poesie. IL registro di questo suo romanzo autobiografico è sicuramente poetico. Non c’è pagina del libro in cui non ci si sente accarezzati da una poesia, che a poco a poco ti prende l’anima, ti penetra dentro, ti conquista senza prepotenza, senza aggressione né tentativi di persuasione.

Francesco Bocciero non vuole persuadere nessuno della validità delle sue scelte, dei suoi pensieri, delle sue azioni. Il suo è un mettersi a nudo senza riserve, probabilmente sapendo di sfidare pregiudizi, stereotipi, luoghi comuni. O forse non lo sa che dall’altro lato c’è un mondo che giudica il bene e il male attraverso un filtro di schemi precostituiti secondo i quali un ragazzo “sano” non può mai desiderare una persona che ha un problema fisico. Il romanzo di Francesco si potrebbe chiamare elogio dell’imperfezione in un mondo che ha fatto della perfezione un imperativo assoluto, di cui pochi riescono non solo a liberarsi ma a essere consapevoli, è un inno all’irresolutezza in un mondo in cui si cercano percorsi definiti, chiari, precisi, senza ripensamenti nè ambiguità. Nello stesso tempo è un mondo in cui si è immersi , “gettati” in un vortice di sollecitazioni seducenti, ognuna delle quali pretende di avere il crisma dell’unicità e della necessità, riuscendo ad ovattare la provvisorietà di qualunque decisione si prenda. Perché, in verità, qualunque verità a cui si perviene ha sempre un carattere di provvisorietà. Ma l’irresolutezza di Francesco Bocciero non è soltanto incapacità di scegliere ma è la conseguenza di un interrogarsi continuo, di uno scandagliare senza posa, in lungo e in largo la profondità o le profondità del suo cuore, dei suoi pensieri, perchè il cuore, come affermava Borges, ha molte stanze. E il cuore di Francesco ha tante stanze e la sua inquietudine gli deriva dal volerle attraversare tutte, una ad una senza risparmiarsi nulla nel tentativo di trovare definitivamente una chiarezza dentro di sé, che lui, da adolescente, immagina come traguardo definitivo. Ma è lui stesso a dissacrare quello che è il mito di tanti giovani, è lui stesso a descrivere l’amore che porta ad Iva pieno di tante zone d’ombra, di opacità, di improvvisi ripensamenti, di ritorni, di fughe, di addii. E’ lui stesso, in questo suo instancabile scavo interiore, a porgerci “naturalmente” la storia di un amore con la a minuscola, è lui stesso a capire che i rapporti idilliaci non esistono, perché i cosiddetti grandi amori in definitiva sono soltanto conseguenza di un abbaglio, di un’illusione, che si infrangono al primo urto contro la durezza della vita. La struttura del romanzo è quella dell’intreccio, della sovrapposizione di passato e presente che continuamente si rincorrono come se non fosse possibile lasciarsi alle spalle mai veramente niente. Il passato viene definito re Mida che trasforma in oro lucente tutte le memorie. La felicità, infatti, esiste soltanto nella memoria. Dal passato non si impara nulla, afferma Francesco. Perché quando gli eventi si allontanano da noi, vengono avvolti da un contorno di magia, di malinconia che li fa apparire più belli del presente. Il romanzo di Francesco Bocciero ci rinvia inevitabilmente alle modalità frettolose, superficiali, aggressive, con le quali i ragazzi oggi vivono il rapporto d’amore. Alla profondità dei suoi sentimenti, ai mille interrogativi che egli si pone e soprattutto alla capacità di attendere corrisponde nei nostri ragazzi un consumare freneticamente rapporti, esperienze, un avido accumulare di queste, tanto da essere sfiorati dal sospetto che siano affetti da una sorta di bulimia esistenziale, che li spinge a distruggere l’attesa, la riflessione, il ritornare su se stessi. Nel libro di Francesco si avverte, accanto all’inquietudine di non riuscire a definire in maniera chiara il suo rapporto con Iva, un piacere raffinato dell’attesa, la gioia oscura di chi sa che deve conquistare qualcosa che non è ovvio, la consapevolezza innocente che il non tutto e non subito ha un valore, il valore della costruzione lenta, faticosa, sapiente e soprattutto che non c’è conquista senza perdita, senza rinuncia, senza aver capito quanto sia importante saper rinviare la gratificazione. E che la difesa ferma delle proprie scelte deve a volte passare sotto le forche caudine di convinzioni “trite, ingurgitate ma mai digerite completamente”. E’ un invito sul nostro modo di rapportarci al diverso, che in realtà non ha mai fatto i conti con una pretesa da parte di chi è più forte, perché magari accettato, di assimilarlo nel proprio orizzonte di valori. E’ un invito a riflettere sulla retorica dell’accoglienza e dell’accettazione dell’altro, perché non esiste accoglienza e accettazione se prima non ci si è guardati dentro, se non ci siamo spiati a sorprenderci in atteggiamenti e comportamenti di puro egotismo, magari mascherati da una carità e una pietas di convenienza o semplicemente di facciata.

Un Commento a “Il rumore dei tuoi occhi larghi”

  1. viviana scrive:

    Questo articolo l’ha scritto la mia ex professoressa di Scienze Sociali…alla quale faccio i miei piu’ vivissimi complimenti e la ringrazio per avermi regalato questo libro.

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