
di Luca Cordoni
La disarmante semplicità di questa professione di fede e rispetto verso il divenire temporale nella ricerca della resa dell’esistente, ben si concilia con lo spirito di essenzialità che anima i non pochi estimatori della fotografia stenopeica.
Chi parla è chi espone i propri lavori intrisi di tempo e di mistero: il fotografo bergamasco Danilo Pedruzzi, che ha presentato una selezione dei suoi scatti stenopeici degli ultimi cinque anni al Caffè Letterario di Bergamo, ormai acclarato motore di ricerca e di promozione delle più vivaci tendenze celebrali bergamasche.
La mostra si divide in due sezioni in bianco e nero, distinte per soggetto e diversità dell’approccio fotografico. Sulla parete di destra, antistante il bar, è in scena la ricerca accuratissima fatta in studio, della resa del chiaro e scuro dei fiori, ottenuta con tempi di esposizione biblici: 55 secondi, quanto necessita il materiale foto sensibile, in questo caso una lastra “tipo polaroid”, ad impressionarsi e a restituire nella stampa a contatto un effetto vintage ed impolverato dal tempo che ha lasciato il peso ineluttabile del suo passaggio.
Lo faccio seriamente anche se gioco
In un’epoca in cui pare che nessuno abbia più tempo, il navigato Pedruzzi rivendica nell’approccio alla fotografia dal “foro piccolo” la sua personale teoresi: “il tempo è un falso problema”. D’altronde non è difficile credergli immaginando a quale pazienza lo costringa lo strumento vettore delle sue opere: una scatoletta di legno a tenuta-stagna, senza mirino, esposimentro e otturatore, dotato solo di un piccolo foro, da cui passa la luce che impressiona il materiale sensibile, pellicola o carta che sia. E’ il turno ora di parlare dei paesaggi, ritraenti città italiane tra cui Bergamo, Venezia, Milano, Bassano Del Grappa e Ferrara. Rappresentativa dell’intera sezione è forse lo scatto a 180 gradi di Piazza Vecchia, cuore ideale della Città alta di Bergamo. In questo scatto dedicato alla bellezza architettonica del passato, Pedruzzi ci illumina sulle potenzialità della messa a fuoco totale dell’immagine, in virtù dell’assenza di una lente che privilegerebbe il primo piano o lo sfondo. Nella foto scattata da Palazzo della Ragione tutto è rappresentato in modo chiaro: il lastricato in primo piano, la fontana nel mezzo e la storica biblioteca Angelo Mai sullo sfondo. Forse, nemmeno un obbiettivo di tipo “fish-eye” consentirebbe la resa di un campo prospettico così ampio, capace di guidare l’occhio curioso di chi cerca il massimo della situazione, partendo dai suoi piedi fino all’infinito.
La qualità ottica non è la priorità di questi scatti, nipoti di un principio ottico che risale ad Aristotele, ma il controllo totale del processo creativo: l’inquadratura viene fatta a occhio -e non è un modo di dire- l’esposizione è calcolata in funzione delle condizioni atmosferiche e il trattamento dei negativi e delle stampe B/N è del tutto manuale.
La foto che idealmente potrebbe fare da chiusa alla mostra e dare conto dell’esperienza e della bravura maturata negli anni dall’arista, è quella che abbraccia interamente il Duomo di Milano, restituendogli una bellezza antica, paragonabile alle stampe di fine Ottocento e che continua a suscitare sul web dispute filologiche sulla sua autenticità.