
a cura di Luca Cordoni
Sono tempi questi in cui la parola Esposizione fa schizzare anche i neuroni più indolenti alla grande fiera campionaria del 2015, che pare cambierà in meglio la vivibilità del capoluogo meneghino, assicurandogli una nuova e più fresca visibilità in ambito internazionale. Alla GAMeC di Bergamo il Direttore Giacinto Di Pietrantonio ha curato invece Esposizione Universale, una mostra che ripercorre in 600 anni di storia ed oltre 100 opere, il rapporto degli artisti con le tematiche universali dell’esistenza, facendo dialogare le antiche opere dell’Accademia Carrara con le tendenze più innovative dell’arte contemporanea.
L’idea pare gli sia venuta da un corso omonimo frequentato a metà anni Novanta, quando insegnava a Brera. Giacinto nella visita da lui guidata e rilasciata a http://www.undo.net/eventinvideo/ accompagna il visitatore nelle otto sale e, complici il suo innato lato istrionico nonché la sua enorme competenza iconografica, lo porta ad interrogarsi sulle questioni universali che tutti affrontiamo, alle quali noi come i grandi artisti presenti in mostra diamo risposte parziali e locali. Recita Warhol: Solo il locale può aspirare a diventare universale. Il percorso espositivo è costruito assegnando ad ogni sala una tema ed è scandito dalla presenza delle opere-testo di Ben Vautier che fanno da contrappunto al dialogo non sempre silente tra le opere, offrendo una chiave di lettura spesso paradossale del tema affrontato. Esposizione Universale è un’occasione per riflettere sui temi etici: la misura del potere e del quotidiano; esistenziali: la vita e la morte; passionali: l’amore e l’odio; gnoseologici: la mente e il corpo. Il nocciolo del progetto verte intorno all’idea secondo cui l’espressione artistica, nel corso della storia, ha saputo offrire all’uomo una plurivalenza di interpretazioni tutte legittime e che oggi a distanza di secoli, il tempo sembra addirittura avere indotto un rovesciamento paradossale: gli antichi sarebbero più giovani di Noi, proprio perché Noi abbiamo alle spalle una storia molto più lunga che ci rende quindi più vecchi.
La radice del Potere sta nella capacità di imporre all’altro la propria volontà che si declina poi in ambito politico, economico, religioso e pure artistico. Si veda Ritratto di gentiluomo di Altobello Melone, pittore cremonese del XVI secolo, che allude al Macchiavelli, ideologo di un nuovo tipo di potere, legittimato non più solo dalla discendenza di sangue, ma dalla capacità di agire nel proprio tempo e di forzare la sorte a suo vantaggio. Diego Perrone smonta l’icona rinascimentale del ritratto ufficiale, facendo sorridere cento ritratti di re grazie all’uso di photoshop, cavalcando forse il motto anarchico: Una risata vi seppellirà. Il potere nasce, si alimenta di consenso, si specchia per compiacersi, ma in una delle didascalie visive di Ben Vautier, vede riflesso il Parlamento tedesco impacchettato dal land artist Christo, a monito della fine delle ideologie. Paese che vai, potere che trovi, suggerirebbe l’installazione di Meschac Gaba, artista del Benin che commissiona a della donne africane di forgiare con i capelli sintetici due monumenti simbolo dello skyline milanese: la Torre Velasca e la chiesa di San Carlo al Lazzaretto. C’è chi, come Jimmie Duhram, artista indiano attivista, crea il proprio arco di trionfo personale, ridicolizzando la pretesa dei nostri avi latini di costruirne uno in ogni città conquistata.
Il Quotidiano è un insieme infinito di variabili percepite diversamente in base allo spazio, al tempo e alla persona. Ecco nella seconda sala dialogare la sacra intimità della Natività di Maria del Carpaccio con il ripiegamento intimista del focolare domestico delle opere di Morandi e Casorati. Ciò che accade ogni giorno diventa nell’opera Shoes di Andy Warhol spunto di riflessione sulla vanitas moderna, tema esplorato già due secoli prima dal qui presente Fra Galgario con l’opera Insegna del barbiere Oletta. La normalità del trascorrere dei giorni sta nei momenti di festa alternati al raccoglimento in chiesa delle due opere tardo secentesche di Job Berckheyde, ma anche nel foglio parlante retto dal broker disperato a cui l’artista Gillian Wearing ha chiesto di scrivere ciò che stava pensando; terribilmente contemporaneo!. Mircea Cantor dedica il polittico simbolico Ad litteram a chi, straniero in una terra nuova, vive una situazione di marginalità, nomadismo ed incertezza, affiancando le immagini del passaporto rumeno a quelle del riso e del pane, dei coltelli e dei soldi. Soldi che ritornano nell’artista-guida dell’intera mostra, Ben Vautier il quale ammonisce che le parole spesso sono fiato che passa, ridicolizzando il motto Non lo faccio per i soldi, lo faccio per il tuo bene e aggiungendo Non bisogna fidarsi delle parole.
Giacinto fa da cicerone alla sala della Vita, intonando la celebre canzone napoletana “O’ surdato ‘nnamurato”. Gli artisti qui presenti dicono in modi diversi che la vita è il tempo dell’esistenza, della dimensione filosofico-onirica e anche della finzione. Il tema viene affrontato in due sale, di cui una raccoglie le opere religioso-esistenziali e l’altra quelle di soggetto laico. Dal soffitto della prima pendono decine di collane d’oro che terminano nei simboli delle tre religioni monoteiste: la stella di David, la croce e la mano di Fatima. L’installazione del duo Sislej Xhafa-Adel Abdessemed anziché indurre alla speranza, lega l’idea della fede a quella dell’ostentazione e ricorda l’accessorizing rap e hip hop più che un’immagine di spiritualità. Al centro della stanza la testa di un Dio dalla fisionomia orientale, opera dell’artista Ravinder Reddy, fa dialogare la cultura politeista con le quattro statuette gialle della Vergine, poste in alto ai quattro angoli della sala. Uscendo dal tripudio dorato delle collane, si torna nella sala della vita normale, quella della Madonna col bambino di Tiziano, bimbo qui ritratto in un atteggiamento giocoso; o ancora nella festosa scena della Raccolta dell’uva di Paris Bordon. La vita stessa è diventata arte nella celebre performance Living Sculpture di Gilbert & George, in cui il duo canta e balla facendo mostra di sé. È presente uno still-video di Pance di Simone Berti, opera già presentata allo Show della Performance presso la Rotonda della Besana a Milano.
Il visitatore entrando nella sala dedicata alla Morte, davanti al paesaggio del grande light box di Jeff Wall, The Jewish cemetery, ha la sensazione di guardare la scena, essendo già trapassato. Solitamente della morte ci colpisce non tanto l’atto dell’ultimo respiro ma il dolore per la perdita, la solitudine coatta, i ricordi legati agli affetti. L’arte ha però la grande forza di non arrendersi di fronte all’inevitabile scadenza, procrastinandola con il ricordo delle sue immagini. Vincenzo Foppa e Giovanni Bellini mettono in scena lo scandalo cristiano di un Dio che muore in croce; Adolfo Wildt è presente con la scultura Madre, paradossalmente significativa nella sala della morte perché il viso della Vergine, legato all’idea della vita, viene pietrificato come se fosse una maschera funebre. Il quadro metafisico di De Chirico, Piazza d’Italia, datato 1964, esprime bene il senso di silenzio e di assenza temporale che parrebbe dominare nell’oltretomba. L’artista contemporaneo Luigi Ontani rielabora il mito greco secondo cui Medusa pietrificava chiunque la guardasse, portando a riflettere sull’importanza dello sguardo nel mondo ellenico, in cui la radice etimologica del verbo guardare ritorna nel verbo pensare/sapere, come a dire che se viene negata la facoltà della visione, si spegne anche quella intellettiva. Chiude invece con ottimismo la sezione Victor man, artista rumeno che nell’opera We die, apre alla speranza, lasciando immaginare l’esistenza di qualcos’altro oltre la vita terrena.
Il Corpo, vettore fragile della nostra identità, definito dal filosofo Merleau Ponty come luogo della vita, è stato sempre considerato un soggetto significativo per l’arte. Nella sala ad esso dedicata, una tetralogia di quadretti del Bagnacavallo in cui i corpi dei martiri vengono sacrificati in nome della fede, si alterna all’immagine-icona del martirio cristiano: San Sebastiano trafitto dalle frecce, dipinto da Bartolomeo Montagna a fine XV secolo. Il corpo assoluto, grazie alla cui morte violenta è nata la religione cristiana è ritratto da Lorenzo Monaco in Vir Dolorum (Imago Pietatis), in una versione spiccatamente bizantina che anticipa però elementi astratti nella croce non completa alle spalle di Cristo. Facendo un salto pindarico fino ai giorni nostri, il corpo è nell’opera di Wim Delvoye, Mosaic (90-400 FLA) la fonte dei suoi scarti biologici, intesa come defecazione decorativa. Il corpo si affeziona negli atteggiamenti e nelle posture al tempo e al tipo di società in cui esso vive; si vedano i fascinosi uomini di colore, tra cui c’è lo stesso artista Seydou Keita, fotografati in pose al limite del ritratto. Il corpo è anche lo spunto per il gigante autoritratto a gambe all’aria di Francesco Clemente, visto qui come strumento di indagine e di riflessione. Le possibilità sono infinite è il titolo dell’olio su tela di Margherita Manzelli, la sintesi di un corpo consumato e negato che si avvia verso un’ascesi malata: una riflessione che mette a nudo le difficoltà che a volte si creano nell’equilibrio corpo-mente.
Della Mente artisti come Pseudo Giovenone, Botticelli, Carracci, ritraggono nei lavori presenti in mostra le forme più eccelse, nelle personalità che hanno prodotto cultura come lo studioso San Bonaventura, l’aristocratico mecenate Giuliano de’ Medici e Ulisse Aldobrandi, sostenitore dell’osservazione diretta della natura. Evaristo Baschenis vede nella musica una grande conquista della mente, ma ricorda il rischio della vanità del sapere, non inserendo l’uomo nel dipinto Strumenti musicali. Il 1917, anno dell’originale perduto di Fontana di Duchamp, rappresenta il primo atto di un nichilismo estetico, che propone polemicamente e ironicamente come opere d’arte oggetti comuni (ready made), tolti dal loro contesto e trasformati in capolavori solo perché dichiarati tali dall’artista. Con la copia del 1964, presente in GAMeC, si invita il visitatore a pensare che l’arte non è una cosa ma un pensiero. La mente è molto altro: è il pensiero puro di Josef Kusuth declinato nella foto su alluminio Art as idea as idea; sono i libri, veicolo del sapere, tranciati e ricomposti secondo la sensibilità di Stefano Arienti; la negazione del “cogito ergo sum” cartesiano da parte dell’artista-guida Ben Vautier, che afferma che pensare significa piuttosto non sapere. A corollario della sezione, giovedì 11 Giugno è stato proiettato nel cortile esterno della Galleria il film Il processo di Orson Welles, che rifacendosi all’omonimo romanzo di Kafka, trascina gli spettatori nei luoghi mentali paranoici e ossessivi del protagonista, accusato ingiustamente dalla società di qualcosa di non chiaro.
La sala dell’Amore ci guida nella varietà degli oggetti amati che fanno scaturire questo sentimento. Ecco l’amore materno verso i fanciulli ritratti da Moroni e Velasquez; il bambino ebreo scolpito nella cera da Medardo Rosso, che allude al tema dell’infanzia negata; l’amore verso i poveri, esemplificato dall’Elemosina di Santa Cristina di Veronese. L’oggetto amato si carica di ambiguità in Au miroir revelateur di Pierre Klossowski, riflettendo sul distorto rapporto con l’infanzia che muove la pedofilia, che cela un amore torbido e una volontà di possesso. La fine di un amore carica di malinconia un inedito quadro di Pellizza da Volpedo. Jirì Kolàr con le sue foto/collage pensa al desiderio come ragione primitiva dell’amore.
La mostra si chiude con la sezione dedicata all’Odio, sentimento che nasce quando viene meno il rispetto dell’altro, perché Di Pietrantonio crede sia corretto non terminare il viaggio con un happy end disneyano, perché la vita non è edulcorabile come un cartone animato. Si parla di stragi, del più famoso fratricidio della storia; dell’uccisione di una figlia da parte del padre per salvarne la virtù; della distruzione da parte di Dio di una città, perché resa disumana dalla violenza e ancora della strage di innocenti per motivi politici. Accompagna il tutto il sonoro della risata liberatoria ma agghiacciante Gino De Dominicis che sembra autorizzare Ben Vautier a congedarci con questo pensiero: Ho diritto di essere cattivo.
É importante ricordare che Giacinto Di Pietrantonio, per la redazione del catalogo della mostra, non si è affidato ai tecnici dell’arte e ai filosofi, ma ha rivolto domande a persone della sua rubrica, in merito ai temi delle sezioni utilizzando i media tecnologici. Le domande sulla Vita/Morte le ha poste via e-mail, canale adoperato per scambiarsi informazioni di ogni genere; ha usato Facebook per parlare del Quotidiano e del Potere, essendo questo social network un potente mezzo per farsi notare, ma anche per le comunicazioni di tutti i giorni; gli SMS per condividere messaggi di Amore e di Odio e la chat per idee relative alla mente e al corpo. Questo ipertesto collettivo focalizzato su questioni universali dimostra che la tecnologia non è un materiale inerte se viene tarata sul tipo di informazione scambiata.
GAMeC – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea
ESPOSIZIONE UNIVERSALE. L’ARTE ALLA PROVA DEL TEMPO
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