India Special

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di Vera Vita Gioia
Emozione, avventura, esperienza, imprevedibilità, naturalezza. Questa è una prima ondata di sensazioni che si provano all’arrivo in uno qualunque degli aeroporti del subcontinente. Aria densa di spezie e carburanti non filtrati, assembramenti umani, sguardi immensi e lucidi, cartelli  sventolanti per farsi riconoscere dai turisti che hanno riservato un taxi. Poi, una volta in città, si aspetta di essere trasportati in un rumoroso rickshaw in giro per luoghi che ti catturano in un gorgo. Immediatamente diventi diverso. Un’altra persona, quell’altra che c’è in te,  si espande e trova uno spazio liberatorio e liberato.

Una cultura che non accetta mediazioni, che non ti chiede di scusarti per essere dell’altra parte. Di quel mondo, western, oscurato e complicato, dove nulla è veramente comprensibile, tranne il fatto di essere consapevoli partecipi di una grande democrazia e di essere molto capaci di esportarla.
Questo, in India, non interessa a nessuno, naturalmente parliamo dell’oltre un miliardo di umani che la popolano. Escludiamo gli uomini del boom economico, che fanno soldi, con  tutti gli altri che fanno i soldi del mondo, che non hanno  altra identità se non quella di far soldi.     
Ma, da un certo punto di vista, la  folla di umani,  con dignità solida, indifferente al corso della storia del pianeta, sorridente, con tradizioni religiose che partono dall’anima e non da assurde formalità, che non fa altro che parlare e praticare  felicità, concentrazione, distacco e meditazione, esprime una forza indicibile, superiore ad ogni conquista materiale richiesta dalla contemporaneità.
Direi che non è poco. Imparare un poco, pochissimo di questa elevatissima filosofia è vitale e, se si è già fatto un percorso, appena giunti, appunto, in uno qualunque degli aeroporti del subcontinente, ci si sente pervasi, quasi autorizzati ad entrare in quella dimensione. E col fare del tempo sempre più  ti avviluppa e, si spera, che non ti abbandoni anche quando ti ritroverai nella confusione, nel disordine, nell’ambiguità, nella sciatteria, nel malessere disonesto intellettualmente del tuo western world.
Si parte da New Delhi, di solito, per cominciare una qualunque escursione nel paese proprio questa città si rende disponibile ad una visione dell’indianità molto complessa.        
Il centro dove il Mahatma Gandhi ha vissuto i suoi ultimi momenti: un lettino, un tavolino, una sedia. Jama Masjid, la più vasta  moschea islamica di fronte al Red Fort. Il quartiere Parganji popoloso e centro di mercatini, il delizioso Crafts Museum, raffinato e ricco di dettagli della storia delle varie forme artigianali del paese.
Ma, oltre alla storia, al folk, all’immensità della strade, dei quartieri, dei parchi, si annidano, purtroppo disposte in luoghi molto distanti gli uni dagli altri, della vere a proprie preziosissime gallerie di arte contemporanea. Sorprendente scoprirle e compiacersi di quanta cura, professionalità, ricerca si esprima.
La preferita per storia, cultura, analisi accurata e spazio perfetto è di sicuro: Nature Morte, A-1 Neeti Bagh. Il gallerista e artista americano, Peter Nagy, dedica da oltre 15 anni un’attenzione costante all’interazione col mondo degli artisti indiani, selezionandone alcuni di spessore e qualità.
La mostra: Countdown, espone i lavori di TV Santosh, sculture bianche candide accompagnate da led in azione, che mostrano la numerazione degli oggetti esposti. Mostra comunque contaminata, in altro ambiente, da una serie di recenti foto  scattate in Iraq e Afghanistan da Charles Green e Lyndell Brown, di Melbourne. Foto dure, di fatto,  una presa di coscienza delle condizioni di disperata devastazione di paesi non lontani.
Altra, diversissima esperienza, la Gallery Espace, community centre, New Friends Colony. La Metastasis of Signs dell’artista Chintan Upadhyay. Il lavoro di Chintan è simpatico e intrigante, esplora il sistema di segni, sigle e immagini miste nel sistema di comunicazione contemporanea. Analizza il simbolismo politico-culturale aberrante del sistema-segni in una deformazione patologica.  Tutto questo adoperando l’iconografia di un infante paffutello che fa appunto tutti i gesti con le sue goffe manine, proprio per accentuarne il versante grottesco.
Luogo canonico dell’arte la NGMA, la National Gallery of Modern Art, Jaipur House, India gate. Mostra di fotografia, distinta in 3 sezioni: Henri Cartier Bresson in occasione del suo ottantesimo anniversario. L’artista aveva creato la 14 Magnum, un’agenzia associata con fotografi indiani. Si può trovare un lavoro con Raghu Rai. Altra sezione si riferisce ad una collezione di Umrao Singh Sher. Le foto di Amrita Shergil e sua sorella Indira sono toccanti. La terza parte raccolta dalla Alkazi collection, tra miniatura e  foto da studio.
Il tour dell’arte conta ancora alcune tappe che rinviamo ad altra data, in quanto, a dire il vero, talora per raggiungere le varie locations occorrono intere giornate. I taxi drivers non conoscono la città e si fermano decine di volte a chiedere informazioni e la cosa è ridicola e snervante, ma siamo in India e tutte le reazioni nervose si placano, inevitabilmente.
Assai diversa la collocazione degli spazi, le realtà, le scelte, la velocità di Mumbai, dove saggiamente vai a fare un giro a piedi.
Basta scegliere come quartiere di residenza Colaba. Già vagare nel quartiere è una delizia. Quasi tutti gli indiani conoscono alcune frasi in tutte le lingue e ti fermano costantemente per proporti acquisti svariati. Ma il loro sorriso e la loro accoglienza è unica. Le domande:  “sei felice e di cosa hai bisogno” si affollano e, dopo le prime resistenze, rispondi.
Poi la passeggiata lungo l’India’s gate di fronte al Taj Mahal hotel, vero centro del lusso oltre a costosissimo shopping center, è un viaggio nel viaggio. La folla di imbarcazioni sul lungo mare, i colori accesi del cielo, la parallela chiassosa e superaffollata Colaba Causeway. Mumbai è una bella città, compresa la sua Bollywood, fucina di film e jet set indiani.
Arte contemporanea e gallerie sono vivaci e seriamente impegnate nella crescita della storia culturale contemporanea.
Unica realtà “fuori quartiere” è un’elegantissima galleria, Museum Gallery, Dubash Marg, Kala Goda, che espone lavori di Sudha Punsi. Opere di grande simbolismo esoterico misto ad  un figurativismo meticoloso. Grandi tele, prevalentemente in bianco e nero. Accanto a questo spazio c’è la sede di un Artists’ Centre, dove i giovani artisti si cimentano in operazioni carine ma molto accademiche ed ingenue.
Tornando a Colaba, nel Pipewala building, la galleria The Guild, in una gradevole atmosfera visitata da alcuni indiani intellettuali, con i lavori di Bharati Kapadia, che ha  presentato alcuni brandelli di stoffe o carte dipinti o disegnati in maniera un po’ casuale.
Vicino a Radio Club,  in Kamal Mansion,  Matthieu Foss at C&L gallery, i lavori di Bharat Sikka, splendide foto di luoghi della città, tra cui spicca Nehru Place. In atmosfere inquinate, con stralci di tetti in cemento, nebbioline nocive che assumono un’aria romantica e molto glamour.
Nella stessa  Kamal Mansion, Bombay art Gallery, con i lavori recenti di Yashwant Deshmukh. L’artista  fa disegni fragili e minimali, geometrizzanti , gradevoli, ma dall’apparenza molto europea anni ’70.
Una volta fuori dallo spazio dell’arte, un bisogno impellente di entrare in un tempio, di fare una puja, di bere un chai, di entrare a compare un saree, di ripartire e decidere di ritornare. In India.

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