
“Giuditta riciclata” (particolare), carboncino, acrilico, scotch su cartone ondulato, cm.100×100
di Barbara Meneghel
Il termine “riciclo”, utilizzato in contesti di varia natura, porta quasi sempre in sé una vena sottilmente negativa. Se si esula dalla connotazione legata al riciclaggio dei materiali di scarto, in cui l’azione del recupero diventa utile e auspicabile come alternativa allo smaltimento, spesso si associa il termine a scelte comportamentali poco lecite, o comunque scarsamente innovative. Anche in ambito artistico.
Riciclare significa il più delle volte prendere a prestito idee già realizzate in passato, frutti di ricerche altrui tendenzialmente offerte al mercato come nuove. Significa giocare carte già scoperte, rimescolare ingredienti già utilizzati, proporre confronti già analizzati. Il tutto in un mondo in cui si richiede una dose sempre maggiore di originalità, per poter emergere dall’ombra e affrontare il confronto con l’altro.
Per queste ragioni, parlare di riciclo in riferimento alla serie di opere di una giovane artista al suo vero debutto con il disegno potrebbe risultare pericoloso: si rischierebbe cioè di fraintendere (e connotare negativamente) quella che è una precisa scelta estetica. Anzi, sono due.

“Amelia riciclata”, carboncino, acrilico, scotch su cartone ondulato, cm.100×130
Per Sonia Ceccotti (toscana, classe 1974) riciclare significa, immediatamente e semplicemente, fare riferimento a qualcosa di già utilizzato: i soggetti scelti per la sua ritrattistica intensa e minimale sono infatti già stati inseriti in precedenti lavori pittorici. A comparire sulle tele erano allora l’artista stessa (il soggetto in cui, forse per naturali ragioni di confidenza, la Ceccotti riesce a esprimersi meglio); gli affetti familiari, inevitabilmente; ma anche immagini femminili tratte da internet in base a scelte meramente estetiche. E ancora questi sono i protagonisti del disegno a carboncino, la nuova scelta tecnica dell’artista per la sua produzione. I supporti, di varie dimensioni, sono interpretati da volti intensi e sguardi espressivi, da sorrisi e malinconie, da un’umanità spesso più
personale che intima colta in vari momenti della propria espressività. Ora è l’artista stessa letta con un miscuglio di sincerità estetica e distanza analitica da sé, ora è la malizia di una sconosciuta, ora una risata infantile, ora il volto noto che rassicura chi guarda. Personaggi che, tuttavia, non riescono a toglierci la netta sensazione di essere solo un pretesto. Qualcosa di poco lontano da una scusa per un esercizio di stile non superficiale, che la Ceccotti prende a prestito per confrontarsi con una vera e propria scelta di campo in senso tecnico. Il concetto del riciclaggio, infatti, non riguarda soltanto il riutilizzo dei protagonisti figurativi, retaggio dei propri paralleli percorsi pittorici. Nello stesso tempo – e, diremmo, soprattutto – rimanda anche alla scelta di inserire nel disegno stralci di elementi “poveri”. Si tratta di materie tratte direttamente dalla vita quotidiana, in particolare dal materiale da imballaggio: cartone ondulato (che funge da supporto al disegno), nastri adesivi da pacco, nastri isolanti, codici a barre. L’artista si è accorta di questa potenziale innovazione quasi per caso. Partendo dalla sua azione, quasi quotidiana, di imballare le proprie tele prima della spedizione, è nata in maniera naturale l’esigenza di far diventare l’azione stessa un’opera.

“Malinconia riciclata”, carboncino, acrilico, scotch su cartone ondulato,cm.100x 130
O, più precisamente, di farla entrare – letteralmente – nell’opera. Da qui l’evoluzione dell’artista nella propria ricerca, che l’ha portata da una delicata figurazione pittorica a olio, tendenzialmente tradizionale, verso un confronto con il disegno a carboncino su supporto in cartone ondulato. Non un superamento, né una forma di rifiuto della direzione precedente: piuttosto, una sana e legittima voglia di sperimentazione in una dimensione più “concreta”, materica, quotidiana. Più che di “riciclo”, sarebbe quindi corretto parlare di “recupero”: una sottile differenza semantica che basta però a connotare l’operazione con un senso più “costruttivo”. In questo caso, è evidente come il recupero della materia intrattenga un dialogo con la vita stessa, muovendosi in una precisa direzione: quella della riabilitazione del “basso” in senso nietzschiano, di qualcosa che altrimenti verrebbe fisicamente scartato e svalutato. Non necessariamente e non solo si fa arte con le materie dell’arte, ma anche con quelle del vissuto terreno dell’uomo. Il più “sporco” e il più “basso”, se necessario.
Il rimando alla stagione poverista italiana, e a tutto quello che ne è conseguito, sarebbe tanto scontato quanto, in parte, fuori luogo. La sua applicazione a una figurazione ritrattistica e all’interpretazione di volti, figure e persone, lo spoglia dell’immediato senso ideologico e lo sposta su un piano intimo, personale, (auto)biografico. Se si muove forse da quella stessa intenzione iniziale (il recupero di una certa dimensione estetica archetipica e legata alla materia, soprattutto quella “umile”), i risultati sono evidentemente divergenti, per forma e materia. I volti (ora colti in primissimo piano, escludendo il resto del corpo; ora ampliati fino a comprendere il collo, le spalle, il busto del soggetto) sono “invasi” e disturbati da interventi con materiale riciclato, che al contempo ne sottolinea punti di luce / ombra e ne nasconde parti del corpo. Là dove il collo femminile scivola nella spalla, una raggiera di pezzi di nastro adesivo interviene a bloccare la continuità della linea, creando un certo contrasto tra ruvidezza e delicatezza. Ora invece lo sguardo è sbilanciato in maniera quasi inquietante dalla scomparsa di un occhio dietro un tratto di scotch.
L’armonia simmetrica delle parti del viso è interrotta a sorpresa da continui cortocircuiti materici. Ecco quindi che subentra anche un gioco di nascondimento, che vela e svela parti del corpo e del volto. L’artista ama giocare sull’ambiguità di una casualità pilotata nell’inserire la materia, tale per cui alcune parti anatomiche vengono letteralmente mangiate, portate via da quel “disturbo” in arrivo. Si crea quindi anche un dialogo tra presenza e assenza, tra celare e nascondere all’interno dell’opera stessa che chiama in causa non solo l’aspetto artigianale del “fare”, ma anche un certo bisogno intimo dell’autrice di mettere in campo la propria esperienza, il proprio vissuto. I due distinti momenti percettivi – quello dell’assenza e quello della presenza – si affiancano e si intersecano per un effetto visivo e interpretativo molto più “mosso” di quanto non accadesse con il fare pittorico tradizionale proposto fin qui.
Non si tratta solo di confrontarsi con una nuova tecnica, altra rispetto a quella pittorica sia dal punto di vista visivo che dal punto di vista della materia: per Sonia Ceccotti si parla ora di una nuova sfida estetica, che la porta a rendere i propri soggetti in qualche modo più complessi. Mentre per lo spettatore la fruizione diventa meno univoca, ma un continuo invito al dialogo con l’opera stessa.
SONIA CECCOTTI
Facce Riciclate
inaugurazione sabato 28 marzo – ore 19,00
testo in catalogo: Barbara Meneghel
dal 28 marzo al 20 giugno 2009
catalogo edizione: GiaMaArt studio
direzione: Gianfranco Matarazzo
GiaMaArt Studio
Via Iadonisi, 14 · 82038 VITULANO (BN) · ITALY
Tel/Fax: 0824.878665 · Cell: 338.9565828
Web: www.giamaartstudio.it · E-mail: info@giamaartstudio.it
Orari: dal martedì al sabato ore 17.00 – 20.00 e per appuntamento.